INTERVISTA A FRANCESCO MARINI CLARELLI

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.lafinanzasulweb.it il 14 febbraio 2012

Con l’intervista a Francesco Marini Clarelli continua il nostro special dedicato alle start up e alla realtà italiana. Questa volta conosciamo un protagonista dell’imprenditoria italiana, promotore di impresa e di innovazione. Francesco Marini Clarelli conosce bene il tessuto produttivo italiano, specialmente quello con una forte vocazione per l’innovazione. E’ questa infatti la caratteristica essenziale che fa delle nuove iniziative imprenditoriali delle start up.

Poiché Francesco Marini Clarelli è un osservatore privilegiato sia del capitalismo europeo che di quello americano, cogliamo l’occasione per fare utili confronti, per chiedergli best practices e per sapere quali sono i primi passi da compiere per creare un gruppo di angel investor vincente, capace di selezionare le giovani società e di finanziarle adeguatamente per una loro rapida crescita, con profitto di tutti, investitori, imprenditori, lavoratori e per il benessere e l’economia del paese nel suo complesso.

Francesco, Italian Angel for Growth nasce nel 2007. E’ quindi un’iniziativa piuttosto nuova, ma anche innovativa nel panorama italiano.

Sì, è una realtà piuttosto nuova. Tutto è nato da un viaggio alla scoperta dei business angel negli Stati Uniti organizzato dall’Ambasciata americana. E’ stata l’ambasciata che ha selezionato un primo gruppo di 20 potenziali investitori. Io ero fra quelli. Mi avevano chiamato in seguito ad una lecture che feci alla Bocconi proprio in tema diangel investor.  Andammo a Kansas City a visitare la Kauffman Foundation, una di queste associazioni americane di venture capitalists da svariati miliardi di dollari, dedicata allo sviluppo dell’imprenditoria nel mondo come strumento di pace e di democrazia. Andammo poi a Milwaukee, sempre negli Stati Uniti, per incontrare un gruppo di angels basati nel Wisconsin. Tornati dal viaggio, nove di noi, che si erano affiatati particolarmente, decisero di far partire un’iniziativa di angel investor sul modello americano in Italia. La prima riunione venne fatta nel mio ufficio ed io, in qualità di ospite, venni anche eletto come presidente. Allora in Italia, così come ancora oggi, si sente molto la necessità di una iniziativa come la nostra. C’è in generale poco ventur capital, mentre allora business angelnon ce n’erano affatto.

Quindi a tua volta sei stato uno startupper?

Sì, questa è stata una delle mie tante start up, ma non ero solo. Il contributo di tutti e nove è stato intenso e costante. Poi, una volta cominciato IAG, si  sono aggiunti a noi nove fondatori via via altri amici e conoscenti investitori, con i quali abbiamo condiviso non solo il business, ma anche molto altro. Dopo di che, il numero dei soci è cresciuto. Prima siamo diventati venti, oggi siamo addirittura novanta. E’ stato un bel percorso, anche se la crescita non è stata sempre facile. All’inizio l’idea di organizzare un gruppo di investitori in start up era una novità assoluta, nessuno di noi aveva esperienza pregressa. E’ stato difficoltoso passare da venti soci del club a trentacinque. Poi appena più facile è stato passare da trentacinque a cinquanta. Dopo di che la via è diventata in discesa. Man mano che i progetti finanziati si concretizzavano in valide opportunità di investimento i soci erano soddisfatti e a loro volta chiamavano altri potenziali soci. Il meccanismo si è “oliato” ed ha cominciato a funzionare sempre meglio.

Francesco, oltre ad essere un protagonista dell’imprenditoria sei anche un osservatore privilegiato di due realtà: come si fa imprenditoria in Europa e in Italia e come si fa imprenditoria negli Stati Uniti.

Si, come sai gli angel investor intervengono in un momento particolare dell’azienda. L’azienda quando viene lanciata ha bisogno di una disponibilità finanziaria iniziale per poter comprendere se l’iniziativa imprenditoriale ha un qualche senso oppure no. Tipicamente in questa fase chi finanzia sono i family & friends, l’imprenditore è bruciato dal sacro fuoco dell’imprenditoria e dalla voglia di realizzare la propria idea tanto che riesce a mettere insieme un po’ di soldi per cominciare. Quando la situazione si fa più interessante e i primi risultati si cominciano a vedere occorre avere più soldi per fare ricerca,  per costruire il prototipo del macchinario, o quello che sia. Allora hai bisogno di qualche centinaio di migliaio di dollari o di euro. Parliamo sempre di aziende fortemente innovative e quindi con una componente tecnologica significativa. In questa fase i fondi di cui l’azienda ha bisogno sono ancora troppo pochi per i venture capitalist, perché l’azienda è ancora troppo giovane, però non bastano più i soldi raccolti da familiari e amici. Questo è il momento del funding up e i business angel coprono questa esigenza. Ibusiness angel sono persone e non fondi di investimento e singolarmente vogliono finanziare quello che viene chiamato early statement,  ossia i primi passi delle aziende. Sono disposti a prendersi carico di rischi significativi, perché la mortalità delle aziende è molto alta in questa fase iniziale, ma si prendono anche grandi potenzialità. Per l’elevato grado di rischio è una politica lungimirante per un business angel quella di diversificare i propri rischi, investendo quote in più aziende. Tendono quindi ad aggregarsi in club o in associazioni come la nostra, che possano permettere di conoscere in un tempo breve un portafoglio di aziende start up piuttosto ampio.

E i detentori di capitale di rischio che vogliono investire in start up, che vogliono entrare a far parte del tuo club, come ti contattano?

Noi abbiamo una policy alla IAG, che i nuovi soci devono essere presentati da un vecchio socio. Questo perchè siamo tutti coinvestitori e quindi vogliamo avere un rapporto sereno con gli altri partner. il processo di conoscenza e di avvicinamento dei nuovi soci è quindi molto delicato. Noi riceviamo 700 – 800 business plan all’anno, che vengono analizzati dai soci stessi secondo le proprie competenze. il 50% circa, anche il 60% sono fuori dal nostrofocus di investimento. Ne rimangono comunque sempre 200 o 300 che vanno analizzati. Questa prima selezione viene poi inviata ai soci stessi i quali sulla base delle proprie competenze li analizzano per decidere se investire su un’azienda o meno. Uno socio esperto di informatica non riceverà un businessplan sulla diagnositca. Poi si formano dei gruppi di screening composti da soci competenti in materia in cui tutti contribuiscono alla decisione se si tratta o meno di una opportunità di investimento. Quindi tra i nuovi soci noi cerchiamo competenze. Ciò che conta è la condivisione delle competenze. Il socio quindi mette a disposizione tempo e conoscenze per il club in cambio di una opportunità di investire in campi di imprenditoria e in progetti che sono al di fuori delle proprie competenze e che sono stati validati da altri soci di cui ha fiducia. Ci vuole quindi un certo spirito di condivisione e desiderio di partecipare al processo di selezione e di decisione. Questo spirito cerchiamo di valutarlo bene prima di accettare un nuovo socio. Poi una volta che sono nuovi soci la vita del club non è solo lavoro. C’è anche l’aspetto puramente ludico. Ci divertiamo a fare anche le gare di go kart!!

Mescolare l’utile al dilettevole sembra essere uno spirito piuttosto americano di portare avanti gli affari.

Sì, lo facciamo molto. Facciamo anche dei viaggi insieme. I cosiddetti viaggi di benchmark. Nel senso che andiamo a incontrare gli altri business angel in giro per il mondo. Siamo andati n Cina, in India ovviamente negli Stati Uniti soprattutto nella West Coast, in Svezia, in Germania e in Inghilterra. Scopriamo come agiscono e magari copiamo anche qualche best practice.

E per quanto riguarda i giovani imprenditori o i nuovi imprenditori, esiste una procedura, indubbiamente standardizzata, ma anche molto selettiva? o date voce a tutti quanti?

Noi abbiamo un sito, www.italianangel.net, al quale è possibile accedere e postare i propri business plan. C’è uno staff che legge questi business plan. Noi ricontattiamo comunque tutti, sia per le risposte positive, che per quelle negative. I business plan sono all’interno del nostro investment focus dai 300 agli 800 mila euro per opportunità. Se qualcuno ci contatta per finanziamenti inferiori ai 300 mila euro è fuori il nostro investment focus e la risposta sarà negativa. Comunque, rispondiamo a tutti. L’investment focus non riguarda solo le cifre. Riguarda anche il grado di innovazione dell’opportunità imprenditoriale. Se qualcuno ci contatta per creare un nuovo ristorante, ad esempio, non ci interessa.

Ci arrivano molte opportunità anche da altri canali, perché ci sono molte iniziative in giro. Banca Intesa ad esempio organizza delle strart up cup, ci sono le finanziarie regionali, gli incubatori, c’è l’università e i piani per il trasferimento tecnologico. Ci sono mille modi per arrivare a noi con delle idee. Le idee in Italia non mancano. Ci sono degli imprenditori brillanti anche con una competenza tecnologica davvero significativa ad esempio nel campo della strumentazione medicale, della strumentazione industriale. Ci sono delle tradizioni in Italia molto solide e molto radicate.

Mi stai dicendo quindi che ci sono eccellenze anche tra i nuovi imprenditori e tra i giovani imprenditori. I nostri giovani non sono tutti alla ricerca di un posto fisso e possibilmente vicino casa?

No, no. L’Italia è un paese di imprenditori. Basta vedere il tessuto industriale italiano fatto di piccole imprese, tutte nate dall’iniziativa individuale. E’ anche un paese però dove è difficile fare l’imprenditore, per cui chi decide di farlo è ancora più eroe che in altri paesi. Ti faccio un esempio. Un nuovo imprenditore in altre parti del mondo parte da una idea, impiega il suo tempo nel pensare e realizzare i primi investimenti con l’obbiettivo prima o poi di cominciare a guadagnare e a pagare le tasse su quello che guadagna. In Italia il discorso è diametralmente opposto. Il nuovo imprenditore comincia pagando le tasse. Il nuovo imprenditore ha un’idea, va dal notaio e paga una tassa. Dopo di che, assume un ricercatore, e la seconda cosa che fa è pagare un’altra tassa sul nuovo dipendente. Gli occorre un avvocato, e paga tasse anche su quello. Compra un macchinario, e paga l’iva sul macchinario. Quindi, nella realtà dei fatti, il nuovo imprenditore non è affatto facilitato, perché comincia a pagare le tasse prima ancora di cominciare a guadagnare. Nonostante questo,  ci sono inventori con competenze straordinarie e manageriali che vogliono diventare imprenditori e lo fanno nonostante le difficoltà iniziali che ci sono in Italia. L’Italia che vediamo noi non è un paese di bamboccioni.

Tra tutti i gruppi organizzati di angel investor che ci sono in Italia esiste una sinergia o sono tutti mondi separati?

Esiste un’associazione di categoria che si chiama IBAN, Italia Business Angel Network. Ma di gruppi di angel investor ce ne sono in realtà solo due: un gruppo è il nostro, l’altro è un gruppo di Torino che si chiama il Club degli investitori.  Tra di noi ci parliamo perché siamo così pochi, che ci conosciamo tutti. Comunque, non esiste una nostra “confindustria”. Siamo troppo pochi. Magari ce ne fossero molti di più. Nel nostro gruppo noi siamo novanta e siamo ampiamente il gruppo più grande in Italia. E devo dire che siamo anche “L’Italia significativa” a livello europeo. Ma non è il nostro gruppo che deve diventare di duecento persone. Ci vorrebbero altri ventidue gruppi come il nostro. Ma nasceranno perché… è divertentissimo farlo! La creazione di nuovi posti di lavoro è una macchina straordinaria! c’è un lato sociale che noi sentiamo molto importante.

E quali sarebbero le fasi fondamentali per creare un gruppo di investitori?

Intanto quella di avere una leadership di almeno 3 o 4 persone. Bisogna avere abbastanza soci che messi insieme siano in grado di finanziare un’impresa. Noi quando abbiamo cominciato eravamo venti. Il secondo passo fondamentale è quello di stabilire delle regole, in modo che il lavoro di gruppo non sia vago, ma che ognuno dia  il proprio contributo in modo sinergico (oltre che investire soldi occorre mettere a disposizione competenze). Il terzo passo è quello di stilare un buon Statuto, perché si tratta di un’associazione no profit. E proprio perché è un’associazione che inizialmente  opera grazie all’apporto anche finanziario dei primi soci occorre contenere le spese di gestione al minimo.

Sarebbe un bene per il paese se nascessero più organizzazioni di capitali di rischio per il finanziamento all’imprenditoria?

Sì certo. Fuor di retorica, le imprese che abbiamo finanziato fino adesso, che sono 13 o 14, a loro volta hanno creato posti di lavoro e crescita. Ma anche se fossero state solamente due le imprese che sono cresciute grazie al nostro finanziamento e che senza di noi non avrebbero potuto raggiungere un livello di sviluppo apprezzabile, già questo sarebbe stato un grande risultato per l’Italia. Immagina se ci fossero quindici organizzazioni come la nostra. Si potrebbero moltiplicare per quindici i nostri risultati. Senza considerare che non si finanzia solamente un’impresa, ma si facilità anche tutto l’indotto dell’impresa. Aumentano la ricchezza tecnologica, la ricerca, le esportazioni. E’ realmente un meccanismo virtuoso.

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