L’Italia non è la Grecia

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 14 febbraio 2012

L’Europa sembra volerci far credere che è disposta a scommettere ancora sulla Grecia. Continuano infatti le elargizioni europee a tassi elevati e con imposizioni politiche sempre più forti, nonostante, contabilità alla mano, il Paese sia già tecnicamente fallito. I mercati, dal canto loro, hanno invece deciso di trattare il paese alla stregua della «spazzatura» e non si può dare torto ad una simile sentenza. Il Paese è insolvente, finanziariamente illiquido, improduttivo.

Ma la situazione attuale, il crollo economico, la disoccupazione, le manifestazioni di piazza che sfociano in guerriglia urbana non sono solamente il risultato della truffa che la grecia aveva orchestrato e condotto ai danni dell’Europa al momento del suo ingresso nell’Unione economica e monetaria. Non si tratta solo di aver truccato i conti pubblici, con la complicità di grandi banche d’affari. Il problema era ben più radicato e vasto. Il sistema produttivo era fortemente assistenziale, sproporzionato e proteso verso attività improduttive. Per intenderci, mancava chi contribuiva realmente alla ricchezza del Paese, mentre prevaleva il pubblico impiego, che per essere remunerato richiedeva dosi crescenti di debito pubblico.

Le concause importanti sono state da una parte la moneta unica, indipendente e dotata di un valore non concatenato all’economia dei paesi che rappresenta, e dall’altra le imposizioni crescenti provenienti dall’Europa, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca centrale europea.Entrambe hanno agito allo stesso tempo, svuotando il Parlamento greco di legittimazione politica e privando il popolo greco della sua sovranità. Se la Grecia non fosse entrata nell’euro, e avesse avuto ancora un propria moneta nazionale da svalutare, avrebbe probabilmente perso gran parte della propria reputazione sui mercati, ma i danni sarebbero stati plausibilmente più contenuti o perlomeno in parte ammortizzati. Non ci sarebbe stato, inoltre, l’accanimento politico europeo, né il desiderio punitivo tutto tedesco. La Grecia non avrebbe evitato la disoccupazione e la recessione, i dipendenti pubblici sarebbero stati comunque licenziati e il loro stipendio decurtato, i pensionati avrebbero visto comunque ridurre la propria pensione, ma gradualmente e, soprattutto, il popolo greco avrebbe conservato la propria sovranità e la libertà di decidere se seguire o meno idiktat europei e del fondo monetario. Così fece l’Argentina a suo tempo, quando si rifiutò di ripagare il debito contratto con il fondo monetario e impiegò i mezzi finanziari per promuovere politiche di crescita e di occupazione e non quelle di contrazione dell’economia allora imposte dall’organismo internazionale. L’Argentina è riuscita a crescere nuovamente, mentre la situazione greca è pari ad un dramma nel dramma. Oltre alla recessione e al disfacimento di una economia, c’è l’umiliazione di un popolo davanti agli occhi del mondo.

Complici della disfatta sono le società di rating che, ansiose di recuperare credibilità, dopo lo scoppio della bolla speculativa dei titoli da loro stesse avallati come sicuri, hanno cominciato a diramare comunicati sempre più allarmanti nei confronti di ogni paese europeo che mostrava primi segni di fragilità. Oggi non possono più essere considerate agenzie indipendenti e obbiettive, ma solamente volano di decrescita e di recessione. Con giudizi semplicistici accomunano paesi diversi e soprattutto economie diverse, replicando i loro giudizi come fossero fotocopie.

Moody’s ha voluto tagliare il rating all’Italia senza considerare che l’Italia non ha nulla a che vedere con la Grecia. Il nostro è un Paese fortemente manifatturiero con una economia estremamente diversificata e con eccellenze invidiate in tutto il mondo. Non viviamo di stipendi pubblici, di turismo e di pesca, di yogurt e di miele.

Il problema italiano non è il valore assoluto di un debito pubblico. È la mancata crescita economica che permette di sostenere un debito elevato. Siamo anche noi in una fase delicata, nella quale il rischio recessione è sempre dietro ogni angolo. Un rischio che non ha nulla a che vedere con la recessione gridata dagli «economistici», ossia quella tecnica, quella calcolata su basi bimestrali, in cui i valori della formazione della ricchezza possono assumere anche dinamiche negative. La recessione è un processo lungo, che ha ripercussioni decennali e non può essere calcolata su basi puramente contabilistiche o ragionieristiche. Ebbene, è questo il rischio, che dobbiamo scongiurare. A tal fine non soccorreranno le tasse di Monti, né le liberalizzazioni, né la modifica dell’articolo 18.

Occorre che l’economia ricominci a crescere. Per far questo è necessario che il tessuto produttivo, quello che realmente genera ricchezza, abbia uno sprone forte. E’ necessario favorire l’imprenditoria, tornare al concetto della società in un giorno, all’idea di zone a burocrazia zero, alle facilitazioni fiscali che sospendano per le nuove imprese il pagamento di ogni tassa, imposta e balzello durante il primo periodo di avviamento così come avviene in California. Bisogna tornare alle idee, innovative, geniali che caratterizzano il nostro popolo e rimuovere tutti gli ostacoli.

Ma occorre ricordare soprattutto che nessun paese ad alta fiscalità cresce rapidamente. Solo una bassa fiscalità, unita all’adeguatezza delle infrastrutture, alla certezza del diritto, al funzionamento rapido della giustizia alla semplicità e alla chiarezza degli adempimenti burocratici, all’abbondanza e al basso costo della moneta in circolazione, alla sensazione del cittadino di trovarsi in uno Stato benefico e non in uno Stato padrone favorisce la crescita, il benessere e la pace sociale.

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