Il Monti cinese e la crisi dell’euro

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 4 aprile 2012

Probabilmente in questo momento gioca un ruolo importante nelle relazioni internazionali la reputazione di Mario Monti che ostenta serenità ad ogni costo.Tuttavia la tesi montiana in veste di ambasciatore della ricostituita integrità economica del Paese difficilmente sarà presa in considerazione nella sua interezza dai cinesi.

L’impressione è che Monti abbia parlato fuori dai confini nazionali per rivolgersi più efficacemente alla nostra stampa nazionale. In realtà, i cinesi conoscono molto bene il mercato italiano e lo considerano già fortemente attrattivo, per il suo valore tecnologico, innovativo nonché commerciale. Sono consci del fatto che la nostra crisi è dovuta prevalentemente all’euro, la cui sopravvalutazione rappresenta, in definitiva, un vantaggio per le loro stesse esportazioni. I cinesi hanno la loro ricetta per far fronte alla crisi: incentivare la domanda e il mercato (tanto è vero che a Shangai come sostiene Giacalone in un suo recente articolo comparso su Libero stanno aumentando i salari del 10%), mettere nel conto l’inflazione, quindi contrastare la recessione. L’esatto opposto di quel che sta facendo la miope Europa dell’euro. Vale la pena constatare che l’ Italia, come ricordava Pierluigi Ciocca, docente di Economia per il diritto, già vice direttore generale della Banca d´Italia – intervenuto alla presentazione del volume ´Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi. Il caso Italia´ del professor Paolo Savona -, soffre di un vuoto di grande capitale, come la storia economica anche recente del nostro Paese ci testimonia.

Il nostro è un capitalismo produttivo che non arriva ad esprimere più di 4.000 imprese con più di 250 addetti e solo 8/10 gruppi privati con più di 10.000 dipendenti. Il presidente cinese uscente, Hu Jintao, ha detto a Monti che suggerirà d’investire in Italia, ma la domanda che sorge è come potranno i cinesi investire in Italia? Non acquisteranno certo il nostro debito pubblico, già acquistato con i mille miliardi stanziati, proprio a tale scopo, dalla Bce. Cosa potranno mai comprare quindi? Le nostre grandi aziende Eni, Enel e Finmeccanica, sono partecipazioni statali. Compreranno le piccole e medie imprese italiane? Per far ciò però occorre creare i presupposti riequilibrando il rapporto tra burocrazie e piccole imprese, nonché la riduzione delle tasse a carico delle aziende.

Detto ciò occorre tenere il timone sull’economia nostrana più che ricercare, con operazioni mediatiche non prive di costi, i flussi di capitale esteri. Il crollo della produttività totale dei fattori, per dirla con Savona, l’assenza di innovazione e di progresso tecnico registrabile negli ultimi 10, 15 anni in media sono i mali principali del nostro paese. Anche se ci sono eccezioni particolarmente brillanti di aziende altamente innovative e di nicchia.

Il debito pubblico in continua crescita e il vuoto di domanda globale sono gli altri due aspetti fondamentali che caratterizzano l’attuale crisi non solo italiana ma europea. Stiamo guardando negli occhi la recessione delle attività produttive e la conseguente disoccupazione. Il prodotto interno lordo del nostro Paese è già in caduta nel terzo trimestre del 2011 (-0,2%), mentre il quarto trimestre la contrazione è più significativa (-0,7%). Si tratta quindi di una flessione che tende ad accelerare nel tempo. Su base semestrale invece, sempre con riferimento al 2011, la caduta è dell’1%. La stima provvisoria del Csc (Centro studi di Confindustria) per il primo trimestre di questo anno rispetto all’ultimo trimestre del 2011 è dell’1%. Il ritmo di flessione tende su base annua al 4%. Questo significa che la ricaduta occupazionale sarà dell’ordine di centinaia di migliaia di nuovi disoccupati. C’è quindi poco da stare allegri. La caduta del reddito permanente degli italiani, connessa con il taglio molto forte delle pensioni, l’eccesso della pressione fiscale e la percezione che la mutata situazione reddituale delle famiglie sia permanente hanno fatto crollare il livello delle aspettative.

L’Europa potrebbe giungere in nostro soccorso, sebbene tale ipotesi appare del tutto remota. Potrebbe svalutare l’euro, e dare una sferzata alla concorrenzialità delle nostre produzioni sul mercato mondiale. Posto che tale soluzione non sia nemmeno vagamente considerata dai burocrati europei occorre trovarne altre. Poiché è irrealistico pensare che la produttività del lavoro possa aumentare nel breve periodo tale da portare la competitività italiana a superare quella dei nostri partner, la sola via d’uscita potrebbe essere un’allocazione suppletiva di eurobond per finanziare investimenti mirati a maggiore produttività e competitività. Il rischio obbiettivo è che invece assisteremo ad una ulteriore flessibilità verso il basso dei salari, fino ad un livellamento ai regimi asiatici, come già si comincia vedere nel nostro Paese.

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