Padroni del nostro futuro

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 1 giugno 2012

Ogni terremoto, alluvione, nevicata, che hanno afflitto il nostro Paese hanno richiesto puntualmente il ricorso alla solidarietà volontaria o coercitiva del cittadino. Ad ogni ora, pasti inclusi, si assiste questi giorni agli appelli mediatici dei telegiornali di partecipare alla raccolta di fondi di solidarietà per i terremotati dell’Emilia, sulla quale alcune banche non hanno disdegnato di gravare con costi di commissione.

Ancora più scontato è stato il ricorso alla soluzione salvifica dell’aumento del prelievo fiscale sulla benzina. Occorrono risorse per affrontare l’emergenza e la ricostruzione, e il cittadino, degno di tale nome, non può tirarsi indietro rispetto alla richiesta di solidarietà. Tuttavia c’è da chiedersi come mai negli 800 miliardi di euro annui di spesa pubblica non sono mai ricomprese le spese per la protezione civile, il soccorso, gli aiuti emergenziali. Come se tali spese non rientrassero a pieno titolo nella funzione pubblica dello Stato. Se uno Stato non riesce a considerare nel proprio bilancio quelle spese pubbliche che permettono di fare fronte alle calamità naturali e alla sicurezza che, insieme all’amministrazione del diritto e alla fornitura di servizi essenziali come la sanità e l’istruzione, dovrebbero rientrare nelle funzioni principali dello Stato, molto probabilmente è uno Stato che non riesce a tener fede al suo mandato di rappresentanza del proprio popolo e di amministrazione di parte delle ricchezze che il popolo genera e rigenera.

I risultati contro le emergenze sono alla pari dei risultati contro la crisi economica del Paese. Né reali, in termini di crescita economica, né fittizi in termini di crollo di spread o di crescite degli indici di borsa. Al contrario i soli dati che possono essere registrati sono negativi: aumento della disoccupazione (arrivata ai livelli della Spagna), pari al 10,2% con 2,615 milioni di disoccupati, livelli più alti dal 2004. Ebbene che fare? Per quanto riguarda il popolo dell’Emilia la risposta l’ha trovata fin dalla prima ora: rimboccarsi le maniche e ricostruire; riprendere le produzioni industriali e non darsi per vinti. Drammaticamente però questa stessa determinazione, del tutto ammirevole, si è ritorta contro gli stessi volenterosi. La successiva scossa di terremoto ha fatto molte più vittime della prima e ha fatto alzare il tono della voce della Camusso che ha gridato contro la «logica del profitto». Nell’Emilia vi è una parte essenziale del tessuto produttivo del nostro Paese, vi è ricerca, innovazione, made in Italy, è un «laboratorio» essenziale per l’Italia.

Dalle macerie si deve partire per ricostruire tutte le potenzialità del territorio, come prima anzi meglio di prima. E per fare ciò non si può aumentare all’infinito l’imposizione fiscale sulla benzina. Occorrono investimenti pubblici notevoli e l’Unione europea non può essere un ostacolo. Il patto di stabilità e la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio sono, come dice Davide Giacalone su Libero, «un regresso culturale, prima ancora che economico», e devono prevedere delle eccezioni. Questo non significa che la spesa pubblica possa crescere indiscriminatamente. Al contrario, occorre riconvertirne una parte nella ricostruzione, con tagli più profondi nel bilancio, con investimenti in produttività, con la vendita di parte del patrimonio pubblico. Occorre non abbassare la guardia sul debito, e le privatizzazioni in questo sono una via da seguire, ma allo stesso tempo occorre allentare il vincolo del deficit.

Se l’Europa non comprenderà l’importanza storica di simili decisioni dovremo fare da noi, così come la popolazione dell’Emilia ha fatto da sé fin dal primo istante. È il momento delle scelte coraggiose e di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, anche se questo potrebbe significare l’addio all’Europa sorda e distante. Anche se provocatoria non è peregrina l’idea di Silvio Berlusconi di stampare moneta, a dispetto dei diktat tedeschi.

il blog di Emanuela Melchiorre

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