Non è più tempo di austerity

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 20 giugno 2012

Non è più tempo di austerity, è giunto il momento di pensare seriamente a politiche di crescita economica nell’euro-zona. Sembra questa la conclusione del G20 tenutosi questi giorni in Messico, dal quale è emerso anche che la posizione tedesca è sempre più isolata, dopo le elezioni francesi, che hanno finalmente spezzato l’asse Merkel-Sarkò. Asse politico che non ha certo agevolato l’euro-zona di fronte alla crisi finanziaria attuale.

Anche la Merkel presto dovrà fare i conti con le elezioni politiche in patria, ma per ora la sua posizione non si sposta di un solo centimetro e conferma il suo «nein” agli eurobonds e ad ogni forma di sostegno economico europeo dei debiti nazionali. La Germania non è riuscita ad imporre un’egemonia sull’Europa con due guerre mondiali; ci è riuscita con la moneta unica, che non è altro che un marco mascherato. Ed ora la Merkel non vuole perdere la sua posizione di potere così faticosamente conquistata. Non vedremo quindi presto un cambiamento di idee nella Cancelliera. Un cambiamento ben più probabile sarà nella persona del leader tedesco.

La rigidità di vedute ha spostato molto, troppo avanti le lancette dell’orologio e noi rischiamo di arrivare tardi al nostro appuntamento con la storia, quella della moneta unica. Non si è voluto parlare di federalismo europeo e di unione politica, sebbene quote di sovranità popolare siano già state perdute. Non si è voluta prendere in considerazione una revisione dello statuto della Banca centrale europea, per renderla prestatore di ultima istanza e per modificare il suo mandato orientato esclusivamente alla tutela nei confronti dell’inflazione a discapito di ogni forma di crescita economica. È stata invece confermata la centralità degli istituti tecnici finanziari nell’ambito della gestione della crisi economica e finanziaria e ancora una volta non si è voluto restituire il primato alla politica. Infatti il fondo monetario internazionale ha ricevuto un rifinanziamento ingente di 456 miliardi di dollari. Se non altro questa volta partecipano al rifinanziamento anche quei Paesi che più di altri si sono avvantaggiati dell’impasse dei paesi cosiddetti sviluppati. I Paesi emergenti hanno infatti contribuito al finanziamento del fondo di Washington con 75 miliardi di dollari.

Il ruolo del FMI nei confronti della crisi economica e dell’emergenza del debito pubblico sarà quello di intervenire quando lo spread è divenuto eccessivamente elevato per un Paese, che non è più in grado di finanziarsi reperendo risorse sui mercati attraverso l’emissione di titoli, che genererebbero un tasso di interesse troppo elevato. In questo caso interviene il Fondo Monetario rifinanziando il debito pubblico del Paese con tassi di interesse più bassi rispetto a quelli reperibili sul mercato. Tuttavia, in cambio, il Fondo imporrà riforme economiche nel paese finanziato.

Ebbene, la storia recente ha dimostrato quanto poco lungimirante è stato il Fondo nella gestione della crisi economica dei Paesi e quanto caro è stato pagato il prezzo di tali Paesi in termini di decrescita, disoccupazione e miseria. La via da percorrere dovrebbe quindi essere un’altra. Quella dell’unione politica, seguendo le orme già tracciate dalla storia di altri Paesi, come quella degli Stati Uniti d’America, legati in una Federazione che garantisce politiche economiche di crescita per tutti i Paesi federati, ma anche margini di autonomia politica nazionale.

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