L’ECONOMIA E L’INNOVAZIONE DEL BRASILE

 

Intervista al Prof. Antonio Calabrò 

Direttore della Fondazione Pirelli e Senior Vice Presidente Cultura di Pirelli & C., autore (con Carlo Calabrò) di “Bandeirantes – Il Brasile alla conquista dell’economia mondiale” (Laterza, 2011)

 

Professore Calabrò La ringraziamo per la disponibilità che ha voluto accordare a La Finanza per approfondire alcuni aspetti peculiari della realtà economica del Brasile, un paese che ha dimostrato in questi ultimi tre decenni di saper sollevare gran parte della propria popolazione dalla grave indigenza e  di saper incentivare cultura e istruzione. Tutto ciò è stato possibile grazie alla combinazione di politiche economiche e sociali moderatamente liberiste. Dalla seconda metà degli anni Novanta si sono susseguiti governi federali che hanno realizzato programmi di sviluppo e che hanno permesso il controllo dell’iperinflazione, unitamente al boom demografico che ha permesso di avere un gran numero di persone oggi in età lavorativa che possono contribuire con tasse e contributi alle spese dello stato e alla previdenza della popolazione. Ma cominciamo con ordine e consideriamo in prima battuta tutte le novità relative alla sfera prettamente economica e fortemente innovativa della realtà del paese.

 

Innovazione e sviluppo

 

La prima parola chiave dello straordinario sviluppo del Brasile degli ultimi anni è l’innovazione. Il suo infatti è un successo economico fatto di innovazione in molti settori e di scelte strategiche a livello socio-economico che hanno portato in questi ultimi anni 30 milioni di brasiliani a transitare dalla classe povera alla middle class. Questo ha fatto sì che il mercato degli elettrodomestici, ad esempio, abbia registrato un’impennata esponenziale di nuovi acquisti. Il mercato dell’automobile è in costante espansione nonostante il prezzo della benzina sia tra i più cari del continente americano. Una punta di diamante dell’industria brasiliana di oggi è Embraer, del settore aeronautico, un’industria da oltre 5,5 miliardi di euro l’anno, con 17 mila dipendenti, con filiali all’estero che esporta circa il 90% dei suoi aerei verso gli Stati Uniti, Europa e Asia. Sappiamo che sono molti gli italiani imprenditori in Brasile, di prima seconda e terza generazione. Ritiene che i nostri connazionali abbiano dato un contributo importante nel cambiamento economico e sociale del paese nell’ultimo trentennio?

Credo proprio di sì. Sin dalla fine dell’Ottocento, soprattutto nella città di San Paolo, gli immigrati italiani hanno portato in Brasile la propria intraprendenza, la capacità di adattamento alle esigenze di una nascente economia locale, la flessibilità nella risposta ai nuovi mercati, una solida cultura del “bello e ben fatto”. Sono stati agricoltori e costruttori, artigiani e imprenditori manifatturieri, commercianti e uomini di finanza. La vicenda della famiglia Matarazzo è solo un esempio: industriali, mecenati per progetti sociali e artistici, punto di riferimento anche politico per la comunità. La sfida continua. Arricchita dall’arrivo di un numero crescente di imprese italiane che investono in Brasile, dalle grandi (Fiat, Pirelli, Techint, etc.) alle medie e alle piccole, che si organizzano anche sotto forma di distretti e filiere produttive e che continuano ad affermare le qualità dell’in dustria italiana attiva sugli scenari globali (in “Bandeirantes” ne facciamo numerosi esempi). L’obiettivo, dal punto di vista del sistema Italia, è quello di incentivare al massimo le relazioni economiche tra Italia e Brasile. Accordi commerciali più stimolanti, nel quadro delle relazioni con la Ue. Apertura dei mercati brasiliani all’export europeo. Ma anche supporto bancario. Non ci sono banche italiane stabilmente presenti, operativamente, in Brasile. E dunque le nostre imprese, soprattutto le  medie e piccole, ne sono svantaggiate. Va valutato con attenzione il recente accordo tra Centrobanca e il Banco Votorantim per sostenere, appunto, gli investimenti, le acquisizioni e le joint ventures di imprese italiane nei vari stati brasiliani, a cominciare da San Paolo.

 

Biocombustibili ed energia integrata

 

Nell’ambito dei combustibili e dei biocombustibili vi è il colosso brasiliano PedroBras che si è prefisso un investimento di 270 miliardi di dollari da investire nell’attività estrattiva sul litorale dopo la recente scoperta di ingenti giacimenti di petrolio e gas naturale. La scoperta del primo giacimento petrolifero marino è stata nel 1985. A mille metri di profondità, quando la profondità standard dei giacimenti che venivano sfruttai allora era di 400 metri. Allora non esisteva una tecnologia adatta. La PedroBras ha cominciato ad elaborare una tecnologia in grado di estrarre ad un simile profondità al di sotto di uno strato di roccia salina (presal).

Il Brasile è inoltre un paese pioniere nella produzione dei biocombustibili. Petrobras è una impresa di “energia integrata”. L’“etanolo di seconda generazione” riutilizza gli scarti della propria lavorazione, in modo da abbassare ulteriormente i costi di produzione. È così fortemente competitivo. Le auto brasiliane possono utilizzare benzina o un biocombustibile estratto dalla canna da zucchero.

Nel nostro paese invece i costi energetici sono in costante crescita, la “bolletta energetica” a livello nazionale, come si suol dire, pesa sui bilanci delle imprese e delle famiglie. L’esempio del Brasile potrebbe insegnare o quanto meno tracciare una rotta percorribile anche per il nostro paese?

Situazioni molto diverse, che rendono difficili i paragoni. Il Brasile ha estensioni di terreno che in Italia non esistono, per le coltivazioni legate alla produzione di bio-combustibili. Va comunque fatto tesoro di una lezione brasiliana: pensare l’energia come un grande progetto integrato, che metta insieme più fonti di produzione e lavori molto sull’innovazione, la sostenibilità, il risparmio energetico e che coinvolga tutta l’industria, per i processi produttivi e i prodotti. Le automobili ibride  sono un ottimo esempio di tendenza.

 

Agricoltura industriale

 

Embrapa è l’ente pubblico che ha approntato una nuova tecnologia nel settore agro industriale e che ha fatto sì che terre prima considerate non fertili siano divenute interessanti per la produzione agricola. Esistono allevamenti sperimentali dove si utilizzano embrioni e Germoplasma con 100 mila campioni per migliorare la qualità della carne brasiliana. Il Brasile è il maggior paese esportatore di carne bovina del mondo. L’agricoltura brasiliana può rappresentare un esempio per un paese, come il nostro, dalla vocazione agricola che però non è mai stato in grado di compiere una completa riforma agricola e industriale?

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Il blog di giornalismo economico e finanziario di Emanuela Melchiorre

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