LA MAGGIORE LIQUIDITÀ NON GENERA INFLAZIONE: IL GIAPPONE INSEGNA

La Banca Centrale del Giappone ha dichiarato di voler procedere ad un allentamento monetario sia quantitativo sia qualitativo della propria base monetaria. In particolare, aumenteranno gli interventi sui titoli di Stato del Paese fino all’astronomica cifra di circa 530 miliardi dollari (50.000 miliardi di yen). L’operazione riguarderà titoli di stato di tutte le scadenze presenti sul mercato. Saranno incrementati anche gli acquisti di exchange-traded funds (ETF) e di fondi comuni di investimento immobiliare. Dopo l’annuncio, dato a borse aperte, il Nikkei, che era rimasto per tutta la giornata in territorio negativo di circa 2 punti percentuali, ha terminato la giornata con un +2,2%.

La base monetaria del Giappone continuerà a crescere di 60-70 mila miliardi di yen l’anno (645-755 miliardi di dollari). Questa enorme immissione di liquidità avrà inesorabilmente riflessi sul mercato delle valute, dove lo yen ha velocemente perso l’1,5% sul dollaro, scendendo a quota 94,17, mentre rispetto all’euro è passato a 120,93, il minimo dall’inizio della settimana. Ma il calo è stato generalizzato anche rispetto alla sterlina, al franco svizzero e al dollaro australiano. Una flessione che giova notevolmente all’industria giapponese, che negli ultimi mesi versava in difficoltà sul versante delle esportazioni.

Questa notizia è interessante su un duplice fronte. Da un lato rappresenta uno stimolante esperimento di politica monetaria che ha il dichiarato obbiettivo di far uscire il Giappone dalla famigerata Trappola della liquidità, ossia da quella zona grigia teorizzata da Keynes, nella quale il Paese nipponico versa già da decenni, caratterizzata da bassi livelli di interesse, e da stagnazione economica. Dall’altro lato tale esperimento politico confermerà le nuove teorie di politica economica che mettono in seria discussione l’assunto che l’aumento della base monetaria generi inflazione o addirittura iperinflazione.

Analoghe scelte di politica monetarie sono state prese e da diversi anni dalla Federal Reserve, negli Stati Uniti. La Federal Reserve recentemente ha pubblicato una lettera economica nella quale affronta l’argomento della correlazione tra base monetaria e inflazione e giunge alla conclusioni diametralmente opposte rispetto alle tradizionali posizioni della teoria economica. L’evidenza economica smentisce infatti l’assunto del perfetto rapporto di causalità tra aumento di moneta e inflazione.

La Federal Reserve ha evidenziato come l’aver  triplicato la base monetaria dal 2008 non abbia generato maggiore inflazione. Con tassi di interesse a livelli storicamente bassi e l’economia ancora in difficoltà, il normale processo del moltiplicatore monetario è in panne e le pressioni inflazionistiche restano modeste.

Il presidente e amministratore delegato della Federal Reserve Bank di San Francisco il 2 luglio 2012 ha esposto il seguente grafico che mette in relazione la base monetaria e il tasso di inflazione e ne stima l’andamento su base decennale.

Come spiegare quindi da un punto di vista teorico l’evidenza dei fatti?

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