L’Imu, scelta economica o ideologica?

Pubblicato su L’Indro 9 maggio 2013

Politiche espansive da 6 miliardi di Euro

All’ordine del giorno in Consiglio dei Ministri, oggi pomeriggio, possibile sospensione dell’Imu

L’imposizione sulla prima casa, bene primario delle famiglie italiane, più che l’opinione pubblica, divide le forze politiche. In questo momento di acuta crisi economica e finanziaria è infatti un imperativo alleggerire il carico fiscale, allargare la disponibilità di reddito delle famiglie e, in definitiva, favorire la domanda aggregata. Semplice considerazione, larghissimamente condivisa da ogni cittadino alle prese con lo stipendio e con la pensione sempre più leggeri.

Tuttavia, la questione dell’imposta sugli immobili, l’IMU, è un gran ginepraio, dal quale è difficile uscire. Come tutte le tasse e le imposte le motivazioni della loro introduzione, di una loro modificazione o, infine, della loro abolizione, non sono quasi mai realmente di origine economica. Non si parte da una analisi costi/benefici per poter valutare l’incidenza sulla qualità della vita delle persone. Il più delle volte l’origine di ogni scelta in materia fiscale ricade più prettamente nella sfera ideologica e puramente politica, per ripiombare solo successivamente in quella economica.

L’IMU rappresenta per taluni l’imposizione sui ricchi, che detengono i grandi patrimoni, e in quanto tali chiamati a contribuire in misura maggiore alla gestione del bene comune. Per altri, l’IMU è una imposizione su di un bene faticosamente costruito o acquistato al prezzo di grandi sacrifici e con l’intento di tutelare la propria famiglia, i figli e i nipoti che verranno.

La sua introduzione, ad opera del governo Monti, ha rappresentato una risposta in piena contrapposizione alla precedente politica espansiva del governo Berlusconi, che vedeva nella eliminazione dell’ICI e nella maggiore disponibilità di reddito per le famiglie un vantaggio in tempi di crisi. La sua eliminazione pone oggi molti contrasti prettamente ideologici, mentre la risposta della teoria economica ad un simile interrogativo è già arrivata da tempo e ha dimostrato la conseguenzialità: minore pressione fiscale, più reddito disponibile, più spesa privata, maggiore produzione, più occupazione, maggiore entrate fiscali.

Ciononostante, Bankitalia, il tempio dell’analisi economica, si è espressa a favore di una sua conservazione, non fondandola su basi teoriche, ma su ragioni di opportunità politica, di ottemperanza alle decisioni dell’Europa. Alla sua dichiarazione si è aggiunto il giudizio dell’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che ha sentenziato che l’Italia non può ancora permettersi una riduzione delle tasse, poiché l’economia non sta crescendo a sufficienza da compensare le mancate entrate tributarie, capovolgendo impropriamente la conseguenzialità sopra descritta. L’affermazione dell’OCSE, come quella di Bankitalia, sembra rispondere più a esigenze politiche che realmente economiche, se non altro per la sua tempestività, giunta a suggello del tour europeo di Letta junior.

Se si giungesse realmente ad una volontà politica di eliminazione, sospensione o ridimensionamento dell’imposta, occorrerebbe, calcoli alla mano, indicare dove trovare il denaro necessario. È indubbio che, se per eliminare un’imposta, se ne introducesse un’altra con un nome differente o si aumentassero quelle già esistenti, l’effetto economico espansivo verrebbe del tutto frustrato, insieme alle aspettative dell’opinione pubblica.

Il governo Letta sta predisponendo un decreto, che dovrà entrare in vigore entro tempi brevi per sospendere la rata dell’IMU scadente a giugno e per rifinanziare la cassa integrazione guadagni. Tali misure, considerate prioritarie, saranno all’ordine del giorno dell’odierna riunione del Consiglio dei ministri. Un successivo decreto dovrebbe scongiurare l’eredità del governo Monti dell’aumento dell’IVA al 22% entro giugno, ossia entro i prossimi 52 giorni. La combinazione di queste misure fiscali urgenti richiederanno una copertura di 6 miliardi di euro.

Per finanziare queste politiche espansive il governo Letta ha pensato di ricorrere alla spending rewiew, alla vendita del patrimonio pubblico e al taglio di agevolazioni alle imprese.

Per quanto riguarda le agevolazioni alle imprese, l’idea di ridurre le sovvenzioni a quelle pubbliche o a partecipazione pubblica per assoggettarle maggiormente alle logiche di mercato può essere positiva dal punto di vista dello stimolo alla ricerca della maggiore efficienza in termini di riduzione dei costi e dell’aumento delle economie di scala. Tuttavia qualsiasi scelta imprenditoriale in termini di maggiori investimenti per perseguire il principio della maggiore efficienza, soprattutto per le imprese pubbliche, ma anche per quelle private, richiede tempi medio/lunghi. Questo significa che affamare oggi la bestia energivora per avere effetti positivi nel medio lungo termine risolve l’esigenza della crescita economica solo in prospettiva.

Un capitolo a parte è quello della dismissione del patrimonio pubblico, nella fattispecie con il ricorso alla fondazione di società di gestione del risparmio (SGR) . Una stima del patrimonio  pubblico italiano è stata fatta recentemente dal Fondo Monetario Internazionale considerando non solo gli immobili, ma tutta una serie di proprietà reali, che vanno dalle infrastrutture alle risorse naturali.  L’Italia, secondo il FMI, ha ancora un patrimonio pubblico non finanziario pari all’80% del suo PIL, di cui un terzo è di proprietà degli enti locali, pari a rispettivamente 1.120 miliardi e 420 miliardi di euro.

È pur vero che non tutto però sarebbe alienabile. Inalienabili sono infatti gli edifici storici, le risorse naturali, le infrastrutture, i siti militari. Usando la Società di Gestione del Risparmio, si potrebbero però immettere sul mercato non solo gli immobili, ma anche i diritti di sfruttamento degli assets non vendibili. Il loro censimento sarebbe propedeutico e indispensabile alla vendita dei Beni dello Stato. Tuttavia, la vendita dei gioielli di famiglia è la scelta ultima di ogni nobile decaduto, prima della definitiva bancarotta. Con lo stesso stato d’animo si procederebbe alla soluzione finale della vendita del patrimonio pubblico. Già in passato sono state eseguite privatizzazioni e dismissioni. Spesso il valore di realizzo di simile svendite non è stato soddisfacente, se non per gli “amici” acquirenti, che acquistavano a prezzo di saldo. Al contrario con questo metodo non si è mai intaccato il valore del debito pubblico che, anche in quelle circostanze, è andato sempre crescendo.

Una via perseguibile potrebbe essere, invece quella tracciata da un noto economista, Vittorangelo Orati. Lo Stato senza procedere alla dismissione del suo patrimonio potrebbe emettere, tramite una sua Agenzia, titoli garantiti da determinati Beni Pubblici, evitando la perdita definitiva della proprietà del patrimonio appartenente al popolo italiano. Allo stesso tempo, con tali “cambiali ipotecarie”, che non verrebbero conteggiate  nel debito pubblico, potrebbe finanziare una politica di crescita industriale, senza procedere ad alcun aumento dell’imposizione fiscale.

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