Tassa sulle transazioni finanziarie: UE verso un’armonizzazione

Il sì al prossimo negoziato a 11

Obiettivo superare la frammentazione delle legislazioni nazionali

Emanuela Melchiorre

Pubblicato su www.lindro.it il 17 Maggio 2013

La Commissione europea ha presentato lo scorso 14 febbraio una  proposta di direttiva del Consiglio, volta a introdurre un’imposta sulle transazioni finanziarie in tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea. Lo scambio di azioni e obbligazioni, secondo quanto disposto, sarebbe tassato con un’aliquota dello 0,1 per cento, mentre per i derivati il tasso sarebbe dello 0,01 per cento. La propensione per aliquote molto contenute è imposta non solo per contemperare l’esigenza di limitare i rischi di elusione, ma anche per colpire specificamente le operazioni più rischiose e ad elevata frequenza, senza tuttavia avvilire gli investimenti di medio-lungo periodo sui quali il peso della tassazione sarà gradualmente meno rilevante.

La proposta sarà sottoposta ai negoziati tra gli 11 Stati membri partecipanti alla cooperazione rafforzata (la Francia, la Germania, il Belgio, l’ Austria, la Slovenia, il Portogallo, la Grecia, la Slovacchia, l’Italia, la Spagna ed l’Estonia), i quali dovranno giungere ad un’approvazione all’unanimità del testo definitivo di attuazione, previa consultazione del Parlamento europeo. I restanti 16 Stati membri non coinvolti nella procedura di cooperazione, potranno prendere parte ai dibattiti, pur non disponendo di potere di voto.

La Commissione europea propone l’entrata in vigore dell’imposta il 1° gennaio 2014, mentre secondo le sue previsioni il gettito dovrebbe raggiungere i 57 miliardi di euro ogni anno. Gli Stati dovranno accordarsi anche sulla delicata questione della gestione del gettito, su cui la proposta di direttiva non contiene indicazioni specifiche.

In merito alle condizioni sostanziali della configurazione dell’imposta, questa si applica a ogni singola transazione finanziaria (alla vendita, all’acquisto e al trasferimento di proprietà infra-gruppo di strumenti finanziari, alle operazioni di trasferimento del rischio, nonché alla stipula o modifica dei contratti derivati). Vale il principio della residenza secondo il quale tale imposta si applicherebbe a tutte le transazioni di strumenti finanziari per le quali almeno una controparte della transazione sia residente all’interno dell’UE.

L’imposta sulle transazioni finanziarie dovrà coprire innanzitutto la più vasta gamma di strumenti finanziari (dalle azioni, alle obbligazioni, ai prodotti strutturati e i derivati, agli strumenti del mercato monetario, alle quote di organismi d’investimento collettivo) e ricadere in capo ad ogni ente finanziario (ivi compresi i fondi pensione, le società veicolo del sistema bancario ombra, ammesso che lo si riesca a circoscrivere) che prenda parte alla transazione agendo per conto proprio o per conto di un altro soggetto.

La condizione della generalità dell’imposta (della sua applicazione alla totalità delle transazioni finanziarie e in capo ad ogni ente finanziario ), rappresenta la conditio sine qua non affinché tale imposta non sia distorsiva all’interno del mercato e non scoraggi il risparmio a vantaggio della speculazione. Così non avviene in Italia. La legge di stabilità 2013 (articolo 1, commi da 491 a 500) ha incluso un’imposta sulle transazioni finanziarie sulle operazioni di  trasferimento della proprietà di azioni ed altri strumenti partecipativi emessi da soggetti residenti nel territorio dello Stato italiano, nonché di titoli rappresentativi dei predetti strumenti indipendentemente dalla residenza del soggetto emittente. L’aliquota è dell’0,1 per cento per le operazioni concluse in mercati regolamentati o con sistemi multilaterali di negoziazione; operazioni sui cosiddetti strumenti derivati , ad imposta in misura fissa, determinata con riferimento alla tipologia di strumento e al valore del contratto; è pari allo 0,2 per cento del valore della transazione se le operazioni di acquisto sono effettuate fuori dai mercati regolamentati (OTC over the counter);

Abbiamo chiesto il parere di Alfonso Scarano, noto consulente finanziario, promotore dell’iniziativa “La Finanza in Piazza” volta a diffondere la conoscenza presso i risparmiatori non specializzati dei complessi meccanismi della finanza. L’attuale tassazione sulle transazioni finanziarie, sostiene Scarano, viene applicata solamente sull’acquisto e non sulla vendita. Questo significa che l’imposta sulle transazioni finanziarie in Italia incide prevalentemente sui c.d. “cassettisti” che rappresentano la maggior parte dei risparmiatori italiani. Inoltre si paga sulla situazione creditoria a fine giornata dei diversi operatori finanziari, i quali possono evitare qualsiasi imposizione chiudendo a zero l’attività della giornata. Questo è possibile perché la maggioranza delle operazioni di compravendita sono attivate automaticamente da algoritmi che compiono migliaia di operazioni della durata di qualche millesimo di secondo (high frequency trading) con l’obiettivo di massimizzare i profitti a breve. Mediante tali algoritmi è possibile stabilire l’obiettivo a fine giornata di “chiudere a zero”. Come è configurata in Italia, pertanto, la tassazione sulle transazioni finanziarie disincentiva il risparmio e non influisce in alcun modo sugli atteggiamenti meramente speculativi. Sembrerebbe che la proposta europea voglia scongiurare questo rischio. Infatti la base imponibile è misurata sul gross transactions value (e non sul saldo netto di fine giornata, come detto previsto dalla legge italiana) pari al valore nominale degli strumenti derivati, o al prezzo pagato come corrispettivo per le transazioni in tutti gli altri strumenti finanziari.

Secondo il Prof. Leonardo Becchetti dell’Università di Roma Tor Vergata e portavoce della campagna ZeroZeroCinque (http://www.zerozerocinque.it/), una tassa sulle transazioni finanziarie può fare molto per contrastare la speculazione. La tassa sulle transazioni finanziarie oggetto della proposta attualmente al vaglio della commissione UE, infatti secondo Becchetti, avrebbe un’incidenza molto contenuta sui cosiddetti “cassettisti” (chi compra un titolo per rivenderlo a scadenza o solo in caso di necessità). Per intenderci chi acquista 10.000 euro di azioni paga un fissato bollato di 10 euro), mentre renderebbe di fatto non più conveniente il trading ad alta frequenza perché basato su migliaia di operazioni, ciascuna con guadagni minimi e ciascuna soggetta alla tassa. La vera efficacia della tassa sarebbe dunque, secondo il professore , quella di modificare radicalmente le strategie di gestione di portafoglio di banche e fondi pensione riducendo la loro propensione speculativa a breve.

Altro imperativo dell’iniziativa europea è evidentemente quello di superare la  frammentazione delle legislazioni nazionali in materia. Infatti, la Francia aveva introdotto la tassazione sulle transazioni finanziarie nell’agosto dello scorso anno. Dopo la Francia anche Italia, Spagna e Portogallo hanno seguito questa strada, seppur con le dovute differenze nelle aliquote imposte e nella base imponibile.

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