Lotta all’evasione e «grandi evasori» come ostacoli mediatici a una teoria della determinazione dei tributi

di Emanuela Melchiorre, Raffaello Lupi

Senza spiegazioni d’insieme sulla determinazione dei tributi, la pubblica opinione non capisce l’evasione fiscale e in mancanza di meglio utilizza d’istinto l’«onestà» e la «disonestà». La «lotta all’evasione» diventa «lotta ai disonesti», aprendo una lacerante contrapposizione tra chi è tassato attraverso le aziende e il «popolo delle partite IVA». Quest’ultimo, pur evadendo più dei dipendenti, comunque dichiara proporzionalmente molto, se si tiene conto del controllo da parte degli Uffici tributari, meramente simbolico proprio per la confusione sociale suddetta. Milioni di lavoratori indipendenti sono troppi come capri espiatori, e il mito mediatico del «grande evasore» si scarica sulle aziende come organizzazioni, in termini di contestazioni sul regime del dichiarato. Si crea un circolo vizioso dove tutti, persino eventuali «grandi evasori», trovano vantaggi immediati. Ma dove la società nel suo complesso riceve gravi danni, spiegati anche in un video tra gli autori di questo scritto, di cui link per una visione su «youtube».

https://www.youtube.com/watch?v=1czyBp5qZUs

 

Il mito del «grande evasore» come ostacolo alla spiegazione sociale della determinazione dei tributi

Emanuela Melchiorre

Mancata comprensione delle aziende e della loro utilizzazione nella determinazione dei tributi

Ci sono probabilmente due motivi per cui la pubblica opinione e le classi dirigenti non capiscono la tassazione attraverso le aziende. Prima di tutto, come spesso rilevato su Dialoghi (1), l’azienda come struttura pluripersonale, diversa dal titolare, e priva di bisogni personali non è adeguatamente compresa (2); non si riesce a comprendere poi il motivo per cui l’azienda, come organizzazione, può essere strumento di determinazione della ricchezza, nei riguardi di consumatori, dipendenti, risparmiatori, ecc., ma essere strumento di evasione per il titolare. La pubblica opinione tende a identificare l’azienda col proprietario, come se fosse un «grosso pasticcere» secondo la metafora frequente usata da Lupi, senza comprendere che si tratta di una organizzazione, priva di bisogni personali. Anzi, complice la proprietà personale delle aziende italiane (c.d. «capitalismo familiare), la pubblica opinione tende a trasferire sull’azienda, concepita come un essere umano, i vizi, le virtù e i comportamenti di artigiani e piccoli commercianti. E’ una cornice complessa, trascurata da studiosi del diritto tributario che si sono troppo appiattiti sulla «normativa», da cui non possono per definizione ricavarsi spiegazioni di insieme dei comportamenti sociali. Si trascura quindi che l’azienda in quanto organizzazione non ha le esigenze di consumi personali e familiari tipiche degli individui, con necessità di nascondere materialmente al Fisco ricchezza per finanziare i consumi e i risparmi. In materia tributaria abbiamo quindi la ricaduta di una carenza conoscitiva generale, di cui ci siamo già occupati su Dialoghi, e su cui dovremo tornare. Qui la citiamo solo perché questa confusione è prodromica al diversivo della «grande evasione».

 

Grande evasione: quanto pesa un fenomeno «verosimile»?

A rigore il grande evasore è l’industriale che «replica» i comportamenti di un piccolo commerciante o artigiano scavalcando i processi amministrativi della propria azienda. Su molti numeri di Dialoghi avevamo trattato casi eclatanti di evasione fiscale (3), che, al di là del clamore mediatico, erano spesso collegati a questioni interpretative, evasioni da riscossione o vere e proprie frodi, soprattutto frodi carosello IVA. Alla determinazione dei tributi attraverso le aziende può certamente accompagnarsi una ricchezza non registrata, sempre attraverso l’azienda, a beneficio del relativo titolare, oppure, per società quotate o di proprietà statale, di manager spregiudicati. Si tratta però di una situazione rara, semplicemente perché in genere l’interessato non ne ha bisogno, stando già ben al di sopra del livello di sopravvivenza. Può essere un fenomeno esistente nella fase fondativa dell’organizzazione ad opera dello stesso ideatore, ancora relativamente «povero» e soprattutto leader indiscusso di una organizzazione da lui stesso creata. L’industriale di seconda o terza generazione è invece in genere già abbastanza benestante per non sporcarsi le mani all’interno di un’organizzazione, che ormai padroneggia meno, nascondendo materialmente ricchezza al Fisco; per farlo dovrebbe infatti scavalcare procedure amministrative aziendali (c.d. management overriding), funzionanti nel suo stesso interesse. Inoltre, anche se ciò si dovesse verificare, spesso non sarebbe esteriormente evidente come può essere per piccoli commercianti o artigiani. E per questo non emerge durante i controlli. Non a caso le ipotesi di ricchezza non registrata di cui abbiamo trattato nelle pagine di Dialoghi (dal «Tesoro degli Agnelli», ai casi di Menarini e Marangoni) sono remote nel tempo, e quasi mai il risultato di specifiche indagini fiscali. Il più delle volte sono il risultato incidentale di liti familiari, o il riflesso di indagini su reati di altro tipo, come la corruzione (come nel caso Mediaset commentato su Dialoghi) o il fallimento. Per questo la figura simbolica della «grande evasione», pur verosimile, neppure compare nelle stime  acroeconomiche del «sommerso» (4). In termini macroeconomici, il fenomeno è probabilmente modesto, trattandosi tutto sommato di pochi individui rispetto al totale degli operatori economici.

Una valenza simbolica

Per quanto probabilmente poco diffusa, e forse irrilevante sul piano del gettito, quest’evasione ha, però, una vasta portata simbolico-politica per le cifre che individualmente può coinvolgere. Sono ipotesi che generano imbarazzo, perché riguardano figure economicamente di rilievo, oggetto già di una certa invidia sociale. Anche il solo sospetto di una quota apprezzabile di ricchezza non registrata da parte di chi è già visto come «ricco» crea lacerazioni e recriminazioni, non solo nell’animo di chi svolge un lavoro dipendente o non è affatto occupato, ma anche e soprattutto in quello dei lavoratori indipendenti, ossia di una cospicua parte della pubblica opinione che si sente «sotto accusa». Esiste una tendenza politico-culturale (definibile «burocratico-sindacale») ad addebitare la crisi della macchina pubblica a una mancanza di fondi, addebitabile poi a fantomatici «evasori»; lo confermano i cartelli dei talk show (uno recente a «Ballarò») su cosa si potrebbe fare coi metaforici fondi dell’evasione fiscale. Questo senza capire che anche la Germania ha un tax gap poco inferiore al nostro e che il problema è l’inefficienza della richiesta delle imposte dove le aziende non arrivano, non una perversione privata dei «cattivi evasori»; ricordiamo sempre che essi – pur evadendo – dichiarano cifre apprezzabili rispetto alla carenza di controllo del territorio da parte degli Uffici tributari (5). Dall’altra parte «i tartassati» lamentano l’eccessiva pressione fiscale, dimenticando che, al netto degli interessi passivi sul debito, quella italiana è inferiore a quella di altri grandi Paesi sviluppati. Queste recriminazioni sociali contribuiscono a confondere ancor più il discorso sulle aziende come organizzazioni. Sulle quali viene invece trasferita l’idea dell’evasore «ladro», sbagliata anche per il lavoratore indipendente (6), ma addirittura grottesca per gruppi pluripersonali, che pure talvolta si sono trovati, in quanto tali, definiti «associazioni per delinquere» (7). Sotto un certo profilo il verosimile mito sociale (8) del grande evasore è uno sfogo dell’invidia sociale latente verso la ricchezza polarizzata sui titolari delle aziende. E’ una figura simbolica evanescente, che evoca grandi fortune nascoste nei paradisi fiscali (par. successivo), privilegi relazionali, nautica di lusso, vacanze a Cortina, e analogo strumentario da servizio sensazionalistico di talk shows politicamente corretti. Che trasferiscono in immagini suggestive invidie sociali e carenze formative economiche profondamente radicate nella pubblica opinione; ne deriva un’immagine profondamente negativa di «parassiti sociali» (9) corrotti che mettono al riparo le proprie fortune in luoghi paradisiaci a spese della collettività, in termini di tasse non pagate e maggiori imposte sui fantomatici «cittadini onesti». Nel transfer psicologico che il lavoratore dipendente fa sul proprietario dell’azienda si innescano le mitologie sulla grande evasione. I comportamenti del piccolo commerciante vengono trasferiti, su scala maggiore, sull’industriale, la cui fabbrica viene messa sullo stesso piano della bottega, e in proporzione ritenuta fonte di lauti introiti nascosti al Fisco. Lo stesso insomma che sarebbe accaduto se – stando alla già indicata metafora – la Ferrero fosse stata un «grosso pasticcere».  E’ singolare che questa recriminazione sociale abbia effetto anche su piccoli commercianti e artigiani, che in proprio evadono molto, considerandosi «evasori di sopravvivenza». Che si sentono in diritto/dovere di nascondere ricchezza al Fisco per concedersi una vacanza, una cena al ristorante con tutta la famiglia, una settimana bianca, un gioiello per la moglie, una macchina nuova e altri status simbol, poiché non si evade per garantirsi cibo e un tetto sulla testa. Chi evade per garantirsi questi piccoli lussi è anch’esso socialmente ostile a chi potrebbe avere la possibilità di evadere in proporzione. Il grande evasore 2.0 in versione finanziario-multinazionale I miti però si evolvono con l’affinarsi della cultura popolare, che recepisce e trasfigura la produzione e la finanza. Nel mito entrano «i conti esteri» e l’evasore che «porta i soldi all’estero»; anche qui scatta la mitologia di una cultura popolare che trasfigura e reinventa pezzi di realtà, immaginando gli «esportatori di capitali» di un tempo senza rendersi conto che i fondi neri «nascono all’estero», in contropartita, semmai, di costi «gonfiati» di aziende italiane. C’è molta letteratura, di realtà più o meno romanzesca, su questi aspetti, anche collegati alla tematica dei «paradisi fiscali» (10).

Anche l’azienda spersonalizzata estera contribuisce al mito con la negatività delle «multinazionali», che già emergeva nelle sigle delle brigate rosse, le quali cercavano ancoramenti in filoni cultural-mitologici presenti nella pubblica opinione, e per certi versi latenti in ognuno di noi. Ne è riprova la polemica sviluppata su Google, Amazon, Facebook, Apple e altri operatori dell’economia digitale, compreso Twitter, accusati di evasione in molti Paesi. Sono discorsi che hanno trovato sponde mediatiche anche in Italia, cui hanno dato il loro contributo bipartisan, puntando il dito contro i grandi evasori, anche molti uomini politici, indifferentemente di destra e di sinistra. Le istituzioni fiscali italiane (Ministero delle Finanze, Agenzia Generale delle Entrate, Equitalia), nel commentare le notizie diffuse dai media e dai politici al riguardo di tali colossi, hanno resentato le spiegazioni «tecnicamente più ineccepibili» atte a dimostrare la scoperta in flagrante dello stereotipo del grande evasore. In sintesi, partendo dalla considerazione di quanto profitto hanno dichiarato e registrato le grandi aziende del web, hanno dedotto quanta imposta avrebbero dovuto pagare e, per differenza, quanta ne avrebbero evasa. In tal modo, giocando sull’ambiguità fra ricchezza non registrata in Italia e maggiore imposta dovuta, hanno «tenuto botta» nella polemica; le istituzioni hanno legittimamente giocato sull’equivoco tra evasione interpretativa e ricchezza non registrata, censurando pianificazioni fiscali dirette a inquadrarsi giuridicamente secondo il regime fiscale più conveniente. Le istituzioni distolgono così l’attenzione dal problema reale, che è il controllo del territorio dove le organizzazioni contabili aziendali non arrivano; con l’occasione si sono effettuate reinterpretazioni della realtà dichiarata che hanno portato a contestazioni interpretative cospicue in termini di budget. E’ la quadratura del cerchio, dove si sfruttano le organizzazioni aziendali come esattori del Fisco a costo zero per lo Stato e poi le si utilizza di nuovo come destinatari dei controlli, col marchio imbarazzante dei «grandi evasori». In questo modo le istituzioni pubbliche ostentano efficienza ed efficacia ed assecondano l’immagine mediatica che la pubblica opinione si è data, e di cui parleremo al prossimo paragrafo. La mancata comprensione della tassazione attraverso le aziende si ritorce contro le stesse aziende, che si ritrovano a dover sostenere anche il ruolo di grande evasore. E’ una grande operazione di mistificazione, non volontaria, ma che si autoproduce a seguito delle carenze formative sulla determinazione dei tributi. La mancata comprensione della tassazione attraverso le aziende porta alla spiegazione criminalistica. Quest’ultima non può essere diretta verso un intero popolo o verso milioni di persone, perché sarebbe controproducente e politicamente perdente. Se la spiegazione deve essere un criminale, questi deve essere un’organizzazione aziendale. L’effetto di criminalizzazione è perfezionato solo attraverso la metamorfosi ultima mediatica. La conseguenza è che l’ambiente legale, amministrativo, burocratico e infine mediatico in cui le aziende si trovano a operare è progressivamente più ostile, fino all’espulsione o alla distruzione delle aziende per vie giudiziarie. Il risultato è un impoverimento generale: meno aziende, meno produzione e in definitiva minore occupazione. Di questi difficili legami parlerà però l’intervento che segue.

Il sensazionalismo mediatico

Le chiavi di lettura suddette, che in mancanza di meglio si autoproducono nella pubblica opinione, sono inevitabilmente riprese dai mezzi di comunicazione (11); questi ultimi rilanciano la semplicistica spiegazione dell’evasione fiscale in termini di onestà e disonestà, mettendo in ombra il profilo tipico del diritto tributario, cioè la diversa determinabilità della ricchezza; i media, ovviamente, intuiscono, anche questo profilo, come risulta dalle infinite discussioni sul contrasto di interessi, la tracciabilità, il sostituto di imposta e la sua abolizione. Senza una valorizzazione a parte degli studiosi, la determinazione della ricchezza finisce in secondo piano rispetto alla semplicistiche spiegazioni dell’onestà, della disonestà, della eccessività delle aliquote, ecc. Sul piano puramente mediatico, della «bontà- cattiveria», il grande evasore è un «disonesto senza scusanti». Un capro espiatorio ideale, contro cui indirizzare la riprovazione di una pubblica opinione costretta a barcamenarsi in una realtà diffusa di bassi stipendi e di difficoltà quotidiane. Il grande evasore è anche una legittimazione per la piccola evasione, da cui però, come noto, vengono i grandi numeri del fenomeno. L’obiettivo dei media è intrattenere e interessare, non formare, e quindi essi si collegano ad eventi e storie necessarie a destare interesse, anche perché le notizie interessanti in sé non sono una fonte quantitativamente adeguata ad alimentare le innumerevoli testate giornalistico-televisive e di internet. Anche sull’evasione fiscale, la pubblica opinione è intermediata dai media e dalla loro necessità di interessare, e «fare sensazione», obiettivo cui «il grande evasore» si presta ottimamente (12). Anche sui grandi evasori i messaggi mediatici sono martellanti e poco approfonditi, tendendo a ripetere stereotipi. In una qualche misura questa forma di cultura tende ad assecondare i luoghi comuni, sensati e credibili, che la gente vuole sentirsi dire, compresa la suddivisione dei contribuenti in buoni e cattivi, ladri e onesti. Il flusso mediatico ininterrotto ostacola, non tanto l’approfondimento e la verifica delle fonti, ma addirittura la ricerca di una sintesi tra gli impulsi alla base dei diversi messaggi mediatici collegabili a una notizia. Anche sul Fisco, insomma, l’informazione è utile solo se consente di sedimentare, pian piano, una formazione, nel nostro caso sulla localizzazione dell’evasione fiscale. I ritmi frenetici di pubblicazione invece ostacolano spesso addirittura il ragionamento, alla ricerca del «mostro» da sbattere in prima pagina, nello scomodo ruolo di «grande evasore», meglio se vip, come rileviamo in questo numero a proposito degli uomini di spettacolo e dell’IRAP (13). Anche sull’evasione fiscale la continua ricerca del sensazionalismo è controproducente rispetto al ruolo sociale dei mass media (14). Una cortina fumogena di commenti tutti uguali nel loro schematismo sensazionalistico, anche se apparentemente opposti, ostacola, anziché agevolare, un bagaglio culturale condiviso sulla determinazione dei tributi. Certo, la formazione di questo bagaglio culturale è secondaria rispetto al rilancio delle voci del «villaggio globale» (15), che si riunisce intorno al suo «fuoco di bivacco» elettronico, parlando di Fisco quando c’è tempo, nella continua ricerca dello share più cliccato e della sua momentanea visibilità. Il grande evasore diventa così una metafora del senso di frustrazione e d’impotenza del cittadino comune. Con buona pace della spiegazione sociale della determinazione dei tributi, sacrificata sull’altare del sensazionalismo e semplicismo mediatico.

Emanuela Melchiorre – Giornalista economica – Fondazione Studi Tributari

Note:

(1) S. Capitani, R. Lupi, «Aziende e lavoratori indipendenti: anche gli studiosi confondono?», in Dialoghi Tributari n. 3/2013, pag. 252.

(2) I bisogni personali riguardano il titolare, e vedremo che esso può utilizzare l’azienda per nascondere ricchezza «in proprio». L’azienda, come organizzazione, può essere infatti al tempo stessouno strumento di determinazione tributaristica della ricchezza per alcuni suoi interlocutori e anche di occultamento a beneficio della persona fisica che la guida, come titolare o dirigente.

(3) I nostri lettori ricorderanno i casi di Menarini (cfr. Fondazione Studi Tributari, «Capitalismo familiare e ricchezza nascosta: leggendo i giornali sul caso Menarini», in Dialoghi Tributari n. 6/2010, pag. 594) e Marangoni (E. Melchiorre, R. Lupi, «Capitalismo familiare e ricchezza nascosta: le memorie di un direttore amministrativo», in Dialoghi Tributari n. 1/2011, pag. 27).

(4) R. Lupi, Diritto amministrativo dei tributi, par.4.2, scaricabile liberamente da http://didattica.uniroma2.it/files/index/insegnamento/154806-Diritto-Tributario.:

(5) Non certo perché siano «onesti», o «più onesti» dei dipendenti a parti invertite, ma perché sopravvalutano l’intervento della macchina pubblica nel settore R. Lupi, Diritto amministrativo, cit., par. 4.2.

(6) Anche il lavoratore indipendente, evasore, è innanzitutto un creatore di ricchezza, e in quanto tale ben diverso dal rapinatore che si presenta nottetempo in casa altrui con la pistola in pugno (vedi «“Evasori Ladri”, bagaglio culturale e polemica politica» in http://www.giustiziafiscale.com).

(7) R. Lupi, «Aziende come associazioni per delinquere», in http://www.organizzazionesociale.com.

(8) Che proprio in quanto «mito sociale» deve essere verosimile, socialmente credibile. Forse è un aspetto comune di tutti i miti, che esistono finchè qualcuno ci crede, anche nei miti religiosi degli agricoltori e pastori greci che hanno creato il mito dell’Olimpo, proiettando su dei immaginifici i loro desideri, ambizioni e debolezze terreni.

(9) Come da specifica campagna pubblicitaria dell’Agenzia delle entrate, pagata quindi da tutti noi.

(10) Un suggestivo inventario canoro dei luoghi comuni sul tema (che non a caso potremmo chiamare «luogocomunista») si può ascoltare digitando su youtube lo stambecco ferito – Antonello Venditti https://www.youtube.com/watch?v=YL0T3EOeweQ. In versione cartacea segnalo per l’accuratezza della documentazione N. Penelope, Caccia al Tesoro, Ponte alle grazie, 2014, mentre le espressioni di circostanza si fanno più ripetitive in H. Falciani – A. Mincuzzi, La cassaforte degli evasori, Chiarelettere, 2014.

(11) E anche sfruttate politicamente, nei termini indicati da R. Lupi, Diritto amministrativo dei tributi, par. 4.6, in http://didattica.uniroma2.it/files/index/insegnamento/154806-Diritto-Tributario.

(12) E’ inevitabile che, in una società complessa, la pubblica opinione ed il bagaglio culturale derivino, in materia tributaria, soprattutto dall’intermediazione giornalistica, che con internet si è in parte «disintermediata», guadagnando in democrazia, ma non in qualità ed approfondimento.

(13) G. Timpone, R. Lupi, «Il tormentone dei “non organizzati” IRAP: particolarità degli artisti e ipotesi di soluzione», in questa Rivista, pag. 95.

(14) Vedi il post di R. Lupi, «Riusciranno i media dove l’accademia ha fallito?», in http://www.giustiziasociale.com http://www.giustiziafiscale.com/index.php?option=com_content&view=article&id=310:riusciranno-i-media-dove-laccademia-ha-fallito&catid=51:leschizofrenie-sociali&Itemid=134.

(15) H. Marshall McLuhan, Understanding media: The extensions of man, 1964; trad. It., Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, 2008

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