Grandi evasioni e spiegazione sociale dei tributi

Raffaello Lupi

La mancanza di spiegazioni sociali della determinazione dei tributi (e dell’evasione)

L’articolo che precede consente di rilevare che in materia tributaria la pubblica opinione italiana è tra l’incudine e il martello. Da una parte ci sono le divagazioni politico sociali sull’utilità dei tributi e la qualità della spesa pubblica, che non competono ai tributaristi come studiosi sociali. Dall’altra ci sono i tecnicismi professionali, destinati a una interlocuzione tecnica, con avvocati o commercialisti, ma non ad una interlocuzione sociale con la classe dirigente e la pubblica opinione; queste ultime restano quindi prive di una spiegazione sociale d’insieme della determinazione dei tributi; per questo, come rilevava

Melchiorre, non riescono a spiegarsi la tassazione attraverso le aziende e l’evasione. Naturalmente riescono a fare delle riflessioni sul tema, ma, in assenza di studiosi sociali dedicati, non riescono a organizzarle in modo adeguato; anche ovviamente per via di una curva di attenzione modesta, dovuta ad una serie di altre priorità rispetto a questo tema.

La supplenza mediatica, legittima, ma insufficiente

Del tutto legittima è quindi la tendenza dei mezzi di comunicazione a riempire i suddetti vuoti lasciati dagli studiosi; il modo però è inevitabilmente quello della «notizia», se non del «titolone», funzionale a un legittimo sensazionalismo mediatico, necessario ad attrarre l’attenzione dei lettori. I media non sono mossi da obiettivi di formazione sociale, ma di palinsesto, di copie vendute, di dibattito e di popolarità. I mezzi di comunicazione non si sentono giustamente chiamati, in quanto tali, ad una attività di formazione sociale d’insieme, nel nostro caso sulla determinazione dei tributi. Il loro ruolo è quello «informativo» e di «intrattenimento», mentre quello formativo può esserne solo una ricaduta (16). E’ intermediazione fondamentale in un sistema democratico tra pubblica opinione, politica e studiosi sociali, quando necessari. Anche in quest’ultimo caso il ruolo dei media è fondamentale, nel riprendere segmenti di discussione e portarla agli studiosi che la organizzano e, sempre attraverso i media, la ripropongono alla pubblica opinione e alla politica. Attraverso i media la pubblica opinione esercita, soprattutto in una società complessa, il proprio controllo sociale sull’operato delle istituzioni, contribuendo alla loro efficienza. I media rivestono quindi un ruolo fondamentale nel suddetto circuito, ma faticano a sobbarcarsi anche il ruolo degli studiosi sociali. Il contributo dei media è insomma una parte del tutto e non può rispondere al bisogno di spiegazione sociale, in un settore, come la determinazione dei tributi, in cui il bagaglio culturalformativo della pubblica opinione è da solo insufficiente. E’ soprattutto difficile che i giornalisti possano, di loro iniziativa e in modo autonomo, inserire nel bagaglio culturale della pubblica opinione qualcosa che non vi esiste già, cioè il concetto di azienda come organizzazione pluripersonale, col suddetto ruolo nella determinazione dei tributi.

Le lacerazioni della lotta all’evasione e il «mito riunificatore» del grande evasore

E’ quindi normale che i mezzi di informazione cavalchino, e magari alimentino, le artificiose contrapposizioni descritte sopra, e sostanzialmente autoprodotte nella pubblica opinione Sono contrapposizioni facilmente eliminabili attraverso la teoria della tassazione attraverso le aziende, con la comprensione sociale della necessità di un intervento valutativo degli Uffici tributari dove quelle contabili delle grandi organizzazioni non riescono ad arrivare. Sono proprio queste attività ad aver bisogno di un «tutoraggio fiscale» di credibilità economica, sereno e diffuso sul territorio; non c’è bisogno di elucubrazioni normative o di attività di intelligence per valutare serenamente l’ordine di grandezza dei ricavi di piccole attività economiche, in cui si trova la maggior parte della ricchezza non registrata. Invece, l’idea della «guerra», l’idea della «lotta », l’idea della «crociata» contro imprecisati «disonesti» finisce per bloccare questo circuito. Prima di tutto perché il suo bilancio politico in termini di consenso sarebbe fallimentare; il consenso perduto presso gli autonomi, benché meno numerosi, ma direttamente toccati, sarebbe infatti molto superiore a quello conquistato presso i dipendenti, indirettamente toccati e anche in buona parte capaci di valutare criticamente la situazione, e i disservizi del settore pubblico. Nemmeno sui dipendenti, infatti, la teoria sindacal- burocratica, secondo cui il cattivo funzionamento della macchina pubblica dipende dai «disonesti evasori», fa presa più di tanto. Impostato in termini di «lotta contro i disonesti» nessun intervento amministrativo di determinazione dei tributi riesce ad essere adeguatamente sereno e sistematico. La drammatizzazione alimenta infatti timori di negligenze e corruzioni, un clima di sospetto interno agli Uffici e rispetto alle loro controparti, con scaricabarile giurisdizionale, deresponsabilizzazioni e il solito «lei ha ragione, ma faccia ricorso». Per questo l’intervento degli Uffici tributari, sulle aree economiche dov’è in prevalenza allocata la ricchezza non registrata, è poco più che simbolico. Esso non viene avvertito sul territorio, salvo esserne direttamente coinvolti, e gli unici che ne percepiscono la presenza sono i dottori commercialisti e altri consulenti. Su queste premesse è appena il caso di ribadire che gli autonomi dichiarano anche troppo, come rilevava l’Autrice dell’intervento che precede. Le medie dei dichiarati per attività economica al consumo finale, dal piccolo commercio all’artigianato, non sono poi così disprezzabili rispetto ad una presenza amministrativa sul territorio che, nei loro confronti, è poco più che simbolica.

Lo spreco di controlli e i danni sociali

Il mito dei grandi evasori spinge quindi i controlli verso i grandi contribuenti, cioè le aziende, da cui viene, come rilevato dall’articolo precedente, la maggior parte del gettito, e che costituiscono l’ossatura del sistema. Attraverso di esse transita, al massimo, la ricchezza non registrata dal titolare, fenomeno raro e difficile da individuare, come rilevato dall’Articolo che precede. E’ quindi inevitabile che i controlli sulle aziende, nella scomoda veste di «grandi evasori », si concentrino sulla riqualificazione di quanto già dichiarato, cioè sulle c.d. «contestazioni interpretative», più volte esaminate su Dialoghi. Esse si basano come noto sulla reinterpretazione in modo tributariamente più oneroso di circostanze dichiarate, o comunque palesi (17). In questo modo, invece di cercare la ricchezza non registrata, un buon numero di funzionari del Fisco è catapultato proprio sulle grandi aziende, inevitabilmente spinto verso le già indicate «contestazioni interpretative». Pur rappresentando il 2% del totale, i controlli sui grandi contribuenti coprono pressoché l’intera platea di questi soggetti, e assorbono molto personale in tematiche di puro diritto; l’Autrice che precede ha già rilevato che quasi mai tali ispezioni hanno trovato ricchezza non registrata; si dimostra cioè l’inidoneità delle verifiche sulle aziende a dissuadere i proprietari da eventuali frodi. Anzi, questi ultimi si nascondono dietro alle loro aziende, che subendo le contestazioni interpretative fanno scudo alla potenziale ricchezza non registrata dai titolari. D’altra parte queste contestazioni rappresentano anche una sorta di rendita perpetua per i professionisti, per gli avvocati, compresi gli accademici che esercitano la professione. La pubblica opinione e i mezzi di informazione vedono, in questo circuito, alimentati i loro miti. Questo «tutoraggio all’italiana» rappresenta esattamente l’inverso dell’azione amministrativa necessaria ai fini della determinazione dei tributi; è una partita nell’immediato senza alcun perdente, in cui tutti i giocatori trovano una loro immediata convenienza. Nell’immediato infatti riqualificare la ricchezza dichiarata giova alla Pubblica amministrazione agli Uffici tributari che fanno risultato di servizio davanti ad una opinione pubblica incapace di distinguere ricchezza non registrata e contestazioni interpretative. Questa azione amministrativa «alla rovescia», invece di determinare valutativamente la ricchezza non filtrata dalle aziende, indebolisce proprio le organizzazioni aziendali, contribuendo a quel disorientamento che ho descritto in un precedente articolo (18). E’ un ostacolo tributario alla crescita degli organismi aziendali, ed all’insediamento di organismi esteri, sempre più insofferenti a questi formalismi accertativi. È un circolo vizioso dove la carenza di formazione impedisce il controllo sociale delle istituzioni pubbliche, la cui paralisi si riflette sul sistema produttivo privato. Il settore tributario si conferma così in un circolo vizioso, che può invertirsi solo nel quadro di una formazione sociale generale sull’«era aziendale», inclusiva anche del ruolo tributario di queste organizzazioni. Con questa premessa culturale, le questioni su cui si collocano le contestazioni alle aziende si risolveranno da sole, in quell’auspicabile rasserenamento culturale. Il primo passo, anziché tante normettine «sulla crescita», come diciamo in questo fascicolo nell’articolo sul Patent Box (19), è il riconoscimento del ruolo delle aziende come organizzazioni, anche in materia di determinazione dei tributi.

Nota:

(16) Più ampiamente R. Lupi, Diritto amministrativo dei tributi, par. 4.4 alla fine, scaricabile da http://didattica.uniroma2.it/files/index/insegnamento/154806-Diritto-Tributario.

(17) Su questo aspetto i paragrafi 5.17 ss. di R. Lupi, Diritto amministrativo dei tributi, cit., con ulteriori riflessioni sui concetti espressi in questo articolo.

(18) R. Lupi, «Perché le aziende non capiscono la tassazione attraverso le aziende?», in Dialoghi Tributari n. 5/2014, pag. 455.

(19) M. D’Orsogna, A. Sbroiavacca e D. Stevanato RL, «“Patent Box” tra calcolo dei ricavi agevolabili e utilizzazione dei costi come limite al beneficio», in questa Rivista, pag. 70.

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