Dalla finanza tributaria alla finanza monetaria: battere moneta per finanziare le spese pubbliche?

di Emanuela Melchiorre, Raffaello Lupi

La crisi della finanza pubblica viene spesso attribuita alla perdita della «sovranità monetaria», cioè all’impossibilità, dopo l’adesione all’euro, di battere moneta. Dietro le polemiche politiche, relativamente superficiali, sull’opportunità dell’euro, e sulle possibilità di uscirne, si colgono aspirazioni a sostenere sviluppo e occupazione con intervento pubblico finanziato dall’emissione di moneta. Quest’ultima, in effetti, non è una merce, ma un impegno, un credito e un debito, il cui valore dipende appunto dalla «credibilità» del soggetto da cui proviene l’impegno. Si può quindi convenire che, in sé, l’offerta di moneta non svaluta la moneta preesistente, in quanto manca un bisogno fisso di moneta, come quello esistente per i normali beni di consumo. Ormai però le monete di tutti gli Stati sono «monete politiche» il cui valore dipende dalla credibilità istituzionale del debitore, dalla sua efficienza amministrativa, dipendente da fattori giuridici, non «legislativi», ma «istituzionali» e non a caso Paesi istituzionalmente «credibili» sembrano poter emettere debito a volontà, mantenendo la fiducia dei potenziali creditori.

 

Dalla moneta economica alla «moneta politica», come strumento per coprire le spese pubbliche

Emanuela Melchiorre

La sovranità come legame tra tributi ed emissione di moneta

I tributi sono spesso correttamente definiti dagli studiosi come espressione di sovranità. Quest’espressione caratterizza anche l’emissione di moneta, che almeno in una prima fase costituisce un espediente per finanziare le spese pubbliche. Anche qui l’affinità coi tributi è evidente. Dopo l’adesione all’euro, ma in buona misura anche prima, questa espressione di sovranità si è scontrata con i vincoli comunitari. Il dibattito su queste politiche di austerity (1) e sulla sostenibilità dell’Unione europea, non solo dal punto di vista sociale e politico, ma anche semplicemente da quello monetario, si è fatto sempre più centrale. Il perdurare della crisi ha incrinato l’iniziale sostegno dell’opinione pubblica alle politiche dettate da Bruxelles, soprattutto con riferimento alla gestione della moneta unica. Questi malumori serpeggianti in segmenti della pubblica opinione si ricavano dal risultato delle numerose prove elettorali, amministrative e politiche, sostenute in questi ultimi mesi, dalla crescita dei partiti ostili all’euro e all’Europa quale si è delineata negli ultimi quindici anni. Sono tendenze in chiaroscuro, con la strepitosa vittoria del no al referendum greco, accompagnata da una successiva adesione del Governo che lo aveva promosso ai diktat dei «burocrati di Bruxelles». Le interpretazioni che si danno a questa ondata di euroscetticismo che dal Nord Europa arriva fino all’estremo Sud sono spesso lacunose e auto assolutorie. Si fa riferimento ad una insufficienza comunicativa della classe politica, incapace di spiegare la bontà delle misure restrittive di politica economica e monetaria che hanno caratterizzato tutta la breve storia della moneta unica. In realtà il problema non riguarda le capacità comunicative della classe politica. Più precisamente e preminentemente esso, da un lato, riguarda il conflitto d’interessi economici e finanziari tra gli Stati del Nord Europa e quelli del Sud Europa, tra i quali l’Italia, per la differente tenuta della spesa pubblica e del debito accumulato. Da un’altra parte investe il confronto più ampio con la finanza di Wall Street, e di tutto il mondo anglosassone, che esprime la cultura del mercato e una visione della finanza espressione del principio dell’ottimo del singolo nel breve periodo considerato come valore primo e assoluto.

Perché parlare di moneta in un contesto fiscale

Affrontare il tema dell’euroscetticismo, del modello sociale di riferimento e del ruolo della moneta unica come espressione e sintesi di un ragionamento su una Rivista come Dialoghi, specializzata in materia tributaria, richiede una ulteriore spiegazione. Una prima risposta è di carattere più generale. La moneta è ormai prima di tutto una dote politica, e solo successivamente un valore economico. Nel senso che la moneta è un titolo e, come tale, priva di un valore intrinseco. Sostanzialmente essa è il frutto di un patto sociale, di una fiducia che le persone ripongono nel titolo stesso. Ciò presuppone che si abbia fiducia in chi lo garantisce. Questo è lo Stato. Il crollo della fiducia popolare nelle istituzioni politiche che detengono l’imperio monetario rappresenta un evento fondamentale, da prendere, pertanto, in considerazione anche in ambiti collaterali. Da un secondo punto di vista, più specifico, si considera che l’emissione di moneta è strettamente connessa anche con l’esigenza di uno Stato di finanziarsi e quindi in definitiva di imporre una tassazione sui redditi e sui patrimoni dei propri cittadini. Quando la fiducia dei cittadini viene meno nei confronti dello Stato regolatore, anche la legittimazione dell’emissione della sua moneta ne risente. Ad essere messe in discussione non sono solo la forma dell’Unione europea e la semplice politica di austerità. Quello che viene sempre più contestato è il modello sociale che negli ultimi vent’anni si è imposto nell’Unione europea e il ruolo della moneta unica come espressione di una unione economica fragile e vacillante. Un’unione economica vista come sbilanciata ed egoista, favorevole ai Paesi più forti, è ritenuta contraria allo spirito di solidarietà, che dovrebbe essere alla base di ogni tipo di unione. D’altra parte la solidarietà si giustifica nei confronti di nazioni che si impegnano verso l’equilibrio finanziario, senza offrire ai propri cittadini condizioni di protezione sociale assenti nei Paesi dove abita chi dovrebbe finanziarle.

Tendenze a modificare il ruolo dello Stato

In Europa abbiamo avuto, prima di questo cambiamento epocale, una tradizione di « terza via» rispetto al modello americano e a quello del blocco comunista. I Paesi europei erano caratterizzati da un capitalismo renano (cioè venato di intervento pubblico), con una visione della politica e dell’economia in parte vicina al socialismo sovietico e in parte prossima al liberismo americano, ma con connotazioni proprie. In tutti i Paesi europei esisteva un forte ruolo dello Stato nell’economia, c’era una robusta economia pubblica e regole molto stringenti in tema di mercato del lavoro. C’era una serie di diritti acquisiti che nessuno pensava di mettere in discussione. C’era una forte politica industriale portata avanti con finanziamenti pubblici e investimenti dello Stato. Tutto questo garantiva un livello occupazionale, una pace sociale e il consenso alle varie forze politiche di governo. Garantiva il mantenimento dell’ordine costituito su base democratica. Con la caduta dell’URSS, la globalizzazione e la forte spinta dell’Unione europea che ha determinato un cambiamento generale delle politiche dei singoli Stati, si è voluto imporre un modello sostanzialmente diverso. Si è cominciato ad affermare che il ruolo dello Stato in economia andava cancellato, che i servizi pubblici dovevano essere privatizzati, che il mercato era l’elemento fondamentale per garantire il benessere dei cittadini. Contemporaneamente si è imposta una politica monetaria attraverso l’euro che, come sopra rilevato, toglieva agli Stati nazionali la sovranità monetaria e i margini di indebitamento necessari a una politica economica autonoma. Si è trattato di uno scontro tra modelli culturali diversi, due culture occidentali differenti: da un lato quello ispirato alle regole del mercato, dall’altro quello ispirato al principio di sussidiarietà. Le differenti posizioni sono emerse nella loro evidenza in merito alle condizioni di salvaguardia della moneta europea e all’opportunità di istituire un fondo salva Stati. L’idea di un fondo illimitato di salvaguardia dell’economia reale degli Stati membri è stato fortemente contrastato, fino al suo raffreddamento, perché giudicato da una visione che parte da basi troppo distanti. La finanza anglosassone che pilota il modello di deregulation assoluta, che consente alle banche operazioni illimitate nel settore dei derivati, che opera allo scoperto per volumi inimmaginabili sui titoli e sui tassi di interesse e che non risponde quasi mai delle conseguenze di tali attività, non può assecondare un’ingerenza tanto forte nell’economia reale di un Paese a garanzia di una collettività, poiché in stridente contrasto con gli interessi individuali di cui si fa promotrice. Con l’avvento della crisi economica e finanziaria da un lato e con il sostanziale declino dell’egemonia americana dall’altro, è venuto a mancare il consenso o almeno il silenzio assenso dell’opinione pubblica europea a quelle che sono state le trasformazioni del precedente modello di capitalismo europeo. C’è oggi l’esigenza di risposte diverse alle urgenze economiche, occupazionali e di convivenza sociale europee; c’è la volontà di mettere in discussione una serie di dogmi teorici che si sono dimostrati del tutto fallimentari da un punto di vista economico e che hanno portato un cambiamento radicale rispetto all’Europa felix del dopoguerra fino al boom economico.

Utilizzazioni non neutrali della moneta

«Dell’importanza della moneta ci si accorge solo in caso di crisi» sosteneva John Stuart Mill, e in evidente stato di crisi economica e politica ci si interroga del ruolo della moneta unica e degli strumenti per uscire dall’empasse. L’economia moderna è un’economia monetaria di produzione dove tutti gli scambi vengono regolati in moneta. La moneta non viene quindi semplicemente stampata e posta nelle mani dei consumatori. Viene creata dall’interazione tra il settore delle banche e quello delle imprese e messa a disposizione di queste ultime attraverso la concessione di crediti. Le decisioni con cui le banche concedono credito ad alcuni soggetti e non ad altri e la misura in cui il credito viene erogato diventano, quindi, elementi decisivi per determinare le quantità prodotte, l’occupazione e infine la distribuzione del reddito nazionale. Il risultato è che la moneta non è neutrale e le decisioni sulla quantità di moneta che si immette sul mercato comporta conseguenze disomogenee e di difficile controllo da parte delle autorità centrali. Il campo d’indagine non è più solo il mondo del produttore e del consumatore, ma sempre più è diventato quello degli investitori, degli speculatori e dei redditieri. Sono le decisioni di questi ultimi che hanno sottratto risorse al circuito dell’attività di produzione per destinarle a circuiti sempre più esclusivamente finanziari. Il risultato della progressiva finanziarizzazione dell’economia è che la quantità di moneta in circolazione non è equamente distribuita. La moneta si è concentrata nelle attività speculative ed è divenuta carente in quelle economiche, produttive e nelle tasche dei consumatori. Nella sua massima parte non è usata per fare investimenti pubblici e per finanziare servizi utili alla collettività. Qualcuno sostiene che questa diversione delle risorse monetarie costituisca comunque una forma di investimento. Per quanti affermano che acquistare titoli privati o del debito pubblico permetta di accrescere il capitale iniziale (ossia il montante) e di contrastare la svalutazione dell’inflazione e che tutto ciò costituisca un investimento, si può rispondere parafrasando Paul Anthony Samuelson il quale sosteneva che si può avere un investimento solo incrementando il capitale, con la costruzione di una strada ad esempio, al fine di accrescere la produttività futura del sistema economico. Un concetto assai lontano dall’attuale equivoco d’investimento finanziario che viene proposto a qualsiasi risparmiatore, addirittura alle anziane signore che si presentano agli sportelli delle poste italiane per ritirare la propria pensione. Ma l’agorà, la piazza, l’antica Accademia universale, oggi sostituita dai media, sempre più affollata di gente rabbiosa e disorientata, non viene quasi mai correttamente informata su cosa succede nei mercati finanziari. La crisi ellenica la dice lunga a questo riguardo. Cinque anni fa la Grecia partiva con 180 miliardi di euro di debito, oggi è arrivata ad averne 330. L’Europa ha immesso nel circuito finanziario della Grecia in questi 5 anni 230 miliardi di euro. Nello stesso periodo il PIL nazionale è sceso del 27%, un terzo della produzione greca è scomparso. È abbastanza evidente che nemmeno una minima parte di questa enorme massa di mezzi finanziari sia stata destinata alla produzione economica. Ma guardiamo a casa nostra. Anche in Italia il contenimento del debito pubblico con politiche di austerity ha mietuto vittime nel ceto medio italiano, quello produttivo, professionale, che si sentiva sereno e schiena dorsale dell’economia del proprio Paese. Prima della crisi del 2008 rappresentava il 57% della popolazione. Oggi si è drasticamente contratto e si aggira intorno al 38%.

Uso della moneta per sostenere la spesa pubblica: limiti

Molte le ricette monetario-economiche proposte in questi tempi. Grande risalto mediatico ha suscitato la Modern Money Theory (MMT) che trova i suoi fondamenti teorici negli schemi tipici della tradizione Post-Keynesiana, in particolare, nelle versioni del « circuito monetario». Il precetto fondamentale della MMT è che un Paese sovrano usi il finanziamento monetario della spesa pubblica per rendere praticabile l’attuazione di un programma nazionale per la piena occupazione. In particolare, gli esponenti della MMT sostengono che la soluzione all’empasse economica di ogni Paese dell’eurozona sarebbe quello dell’uscita dalla moneta unica, del ritorno alle monete nazionali. Questo permetterebbe, secondo i sostenitori della MMT, di procedere con un piano di svalutazioni competitive per sostenere le produzioni nazionali, la competitività del settore privato sui mercati esteri, stimolare la crescita reale del PIL e quindi aumentare le entrate nelle casse dell’Erario. Una tale politica ha però ripercussioni negative: renderebbe molto più care le importazioni e in modo particolare le materie prime, e potrebbe innescare una spirale inflazionistica. Le conseguenze dell’inflazione sono già note. L’Italia ha in passato assistito ad una simile evoluzione: negli anni Settanta e Ottanta l’inflazione media dei Paesi cosiddetti periferici dell’Europa (ossia Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna) era, infatti, di gran lunga superiore alla media europea del 12%, con picchi del 21% nel 1974 e del 20% tra il 1978 e il 1982. L’iperinflazione aveva però alcuni grandi pregi: innanzitutto quello di abbattere il valore reale del debito pubblico. Indubbio vantaggio quest’ultimo che va però messo a confronto con il fatto che la svalutazione della moneta riduce anche il valore dei capitali nazionali, può quindi esporre a facili acquisizioni estere fino alla svendita d’interi assets produttivi nazionali; altri vantaggi provocati da una inflazione abbastanza sostenuta sono l’incremento della velocità di circolazione della moneta, l’aumento dei consumi e degli investimenti, l’estensione di quella che senz’altro può considerarsi la migliore e più efficace forma di tassazione, in quanto l’inflazione colpisce tutto (redditi e patrimoni) e tutti (contribuenti, evasori ed esercenti attività criminali), in misura tutto sommato tra le più giuste, quella proporzionale, rimette infine in moto la moneta tesaurizzata. I sostenitori del ritorno alle valute nazionali stanno crescendo di numero e la loro voce si sta alzando. La Grecia ha fatto da apripista in questa circostanza, sperimentando l’introduzione graduale di una moneta collaterale all’euro. Nonostante i Trattati sottoscritti, infatti, uno Stato membro dell’Unione europea e della zona dell’euro potrebbe emettere moneta fiduciaria o buoni acquisto con i quali è possibile pagare i servizi per l’assetto del territorio e per finanziare servizi utili, per innescare nuove attività imprenditoriali e favorire in tal modo nuova occupazione. Tale moneta fiduciaria viene accettata poi dallo Stato in pagamento delle tasse ed ecco il ruolo delle tasse e la stretta connessione tra moneta e tassazione. Ma non basta aumentare la moneta per far aumentare contestualmente la domanda e il consumo. La quantità di moneta deve essere sempre messa in connessione con le attività produttive esistenti, con la produttività del lavoro, con il livello occupazionale, con il livello di servizi pubblici resi. Solo in caso in cui ci siano, come in questi anni di crisi economica, risorse libere, ossia disoccupazione e impianti industriali sottoutilizzati, c’è spazio per aumentare la quantità di moneta. Tuttavia l’effetto salvifico della maggiore liquidità potrà essere tale solo se la maggior moneta sarà canalizzata nelle attività produttive. Nel senso che non basta dare sussidi ai disoccupati affinché possano spendere e aumentare il consumo nazionale. È proprio questo l’equivoco nel quale cadono molti commentatori che tendono a semplificare troppo il legame tra consumi e redditi. I sussidi tout court possono essere spesi presso fornitori di beni e servizi, dei quali alimentano il reddito. Quest’ultimo è però un fenomeno bilaterale, dove ognuno dei partecipanti allo scambio dà qualcosa (reddito) e prende qualcosa, da consumare poi. Il consumo dei suddetti soggetti sussidiati offre solo una promessa ai relativi fornitori. Non è una « promessa privata» , come se provenisse dal debitore, ma una promessa di un soggetto collettivo dotato di autorità pubblica (moneta politica). Si crea reddito solo quando si crea nuova ricchezza. Spendere un sussidio di disoccupazione sicuramente migliora temporaneamente la situazione di un disoccupato, stremato dalle difficoltà economiche. Ma non cambia di una virgola il livello di reddito del Paese. Quella spesa in generi alimentari e in beni primari che il disoccupato fa quotidianamente grazie al sussidio aiuta a liquidare parte di reddito creata da altri. Diverso è il concetto del sussidio o l’esonero dal pagamento di tasse dato a fronte di servizi utili alla collettività. Prendiamo il caso di quel piccolo paesino abruzzese, Tollo in provincia di Chieti, che ha concesso ad alcuni compaesani morosi di non pagare le tasse locali in cambio di una prestazione utile (2). Un pittore disoccupato ha ristrutturato le aule scolastiche, un elettricista moroso ha sistemato e messo a norma il sistema elettrico di un locale comunale e via dicendo. Diversamente un sussidio tout court è lo sbocco del reddito creato da altri, ma non rappresenta un fenomeno durevole. All’indomani del consumo sarà necessario nuovo sussidio per continuare a consumare. In definitiva la moneta assolve la funzione di eliminare gli sfasamenti temporali tra il momento in cui la produzione viene realizzata a quello in cui sorge il bisogno da soddisfare con quella produzione. Se invece si canalizza la nuova moneta verso attività che realmente creano nuova ricchezza allora tale moneta sarà ben più che un semplice lubrificante degli scambi. Rappresenterà uno strumento di politica economica. Se si vuole agire per incidere sul ciclo dell’economia verso una maggiore crescita è essenziale partire dal lato dell’offerta. Finanziare servizi pubblici con emissione di nuova moneta, garantire prestiti alle imprese e agevolare la produzione e in definitiva l’occupazione avrà necessariamente ripercussioni sulla domanda e sul consumo.

Il prezzo delle spese pubbliche e il pregiudizio dell’«austerità»

Nei Paesi democratici le politiche espansive si sono tradotte nella maggioranza dei casi in spese pubbliche finanziate da debito, che è cresciuto a ritmi esponenziali. Questa esperienza consolidata nel tempo, insieme al fenomeno della corruzione e di larghi sprechi, ha fatto sì che si rinsaldasse un atteggiamento di diffidenza nei confronti della spesa pubblica, considerata in larga parte inefficiente e inefficace, e, più in generale, nei confronti dell’intervento dello Stato nell’economia. Poiché la convinzione era quella che la spesa pubblica oltre che inefficace comportava un danno in termini di maggior debito che avrebbe inciso sulle generazioni future la risposta è stata quella dell’austerità, secondo il discutibile principio « siccome non sappiamo spendere, non dobbiamo spendere!». Non si è valutata la spesa pubblica in termini qualitativi. L’analisi è rimasta sul piano quantitativo. Ed è proprio questo il problema di fondo. La spesa pubblica ha come oggetto prestazioni di interesse collettivo di difficile valutazione quantitativa. Spesso i beni pubblici non hanno nemmeno un prezzo di mercato, anche se conservano intatti la propria utilità e il proprio valore sociale. Che prezzo può avere una pineta marittima pulita e vigilata? Una strada ben illuminata o la pulizia dei parchi pubblici? Sono prestazioni sociali assolte dalla Pubblica amministrazione in modo unidirezionale, per colmare un bisogno della collettività percepito ma non direttamente richiesto, non risultano da uno scambio bilaterale come avviene per i beni privati sul mercato. Non c’è una contrattazione per ogni prestazione tale che un singolo la richiede e un altro la realizza. Non si forma cioè un prezzo di mercato al quale si realizza uno scambio. Il valore di queste prestazioni può essere calcolato solamente mediante una valutazione costi benefici, con la difficile determinazione di «prezzi ombra», ben differenti dal concetto di prezzo di mercato. La non «monetizzabilità» per così dire delle spese pubbliche porta alla facile conclusione che siano inutili. L’austerità è quindi una risposta pregiudiziale e probabilmente prematura che blocca per paura del consumo improduttivo a debito anche l’organizzazione di politiche pubbliche costruttive. Ambiente, assistenza agli anziani, servizi di accatastamenti, rimboschimenti, pulizie delle strade sono tutte attività utili. La paura che si rivelino attività inutili perché difficilmente valutabili sul piano monetario ha condizionato il policy maker e ha portato alla scelta peggiore, ossia alla rinuncia.

Sovranità: la moneta al posto dei tributi?

Raffaello Lupi

Pubblica opinione e ricerca di un capro espiatorio: l’euro?

La pubblica opinione italiana è tanto vivace quanto carente di formazione sociale, storica e scolastico universitaria, come ho evidenziato in altre sedi (3). Quando avverte che le cose vanno male, cerca delle spiegazioni di sintesi, compatibili col breve tempo a disposizione e la necessità di vivere la propria vita, evitando giustamente di addentrarsi nel labirinto degli studi sociali. Il filone secondo cui i mali nazionali dipendono dalla politica è sempre vivo, dimenticando che la politica rispecchia la società, mentre decresce sempre più il filone secondo cui la colpa sarebbe «degli evasori fiscali» (4). Cresce invece il filone secondo cui sarebbe «tutta colpa dell’euro» con invocazioni a riprendersi la sovranità monetaria; quest’ultima, come spiega l’articolo che precede, è profondamente connessa alla sovranità politica, specie da quando la moneta, titolo di credito e di debito, è divenuta ovunque «moneta politica», senza convertibilità in oro e «debito di Stato» nei termini che ho indicato in altre sedi (5). Sulla premessa indicata all’articolo che precede sarebbe quindi possibile finanziare la spesa pubblica «a debito», con l’emissione di moneta, con una corrispondente riduzione delle imposte. Quest’assunto consente alcune riflessioni sull’osmosi tra politica ed economia, che si riflettono, come vedremo nell’ultimo paragrafo, anche sui tributi.

Il corto circuito tra politica ed economia

Dietro le affermazioni «sovraniste», sulla possibilità illimitata di finanziare a debito consumi e investimenti, si intravedono grossolane confusioni tra politica ed economia, che ricordano le carenze formative di cui dicevamo al primo paragrafo. Una vasta tendenza popolare sembra illudersi che la politica possa creare ricchezza, mentre questo compete all’economia. Rispetto all’economia la politica crea solo le condizioni perché la produzione e gli scambi siano proficui, come ci ricordano i quadri di Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena (6). Tuttavia la politica «non produce» e «non scambia», non compra e non vende, salvo che si trasformi essa stessa in economia, con istituzioni imprenditrici (7). Ne discende che una vittoria schiacciante in elezioni politiche, o in referendum, come quello greco sull’euro, non crea di per sé risorse da consumare o da investire, semplicemente perché si tratta di piani diversi. Sono piani che possono interagire, ma la rivendicazione del popolo di creare ricchezza, con un suo atto di volontà, è logicamente priva di fondamento, perché la ricchezza si crea producendo, e non votando. Dietro queste tendenze c’è l’illusione di una fantomatica onnipotenza della legge, che sussiste verso il giudice, ma non verso la fame, i rifiuti, le catastrofi naturali, ecc. E’ vero invece che la politica ha poteri coercitivi sull’economia, che esistono da sempre e oggi rimangono, sia pure indeboliti per via della globalizzazione. Quindi la politica può ottenere risorse dall’economia, e può «fare debiti», quindi «consentire consumi», senza però produrre alcunché. La politica può quindi emettere moneta, cioè rapporti di debito credito, che – essendo incorporati in un simbolo o comunque trasferibili – possono circolare di mano in mano.

Moneta come parametro di credibilità, diverso dalle merci

Se la moneta è un debito e un credito, è grossolano equipararla a una merce, ed ipotizzare, coi grafici della socio matematica degli economisti, una diminuzione del valore della moneta come se si trattasse di frutta e verdura, con l’incrocio di domanda e offerta da cui deriva il prezzo. Le merci, se si satura il mercato, deperiscono e vanno al macero, ma i crediti e i debiti no, finché resta la fiducia nel debitore. Proprio qui stanno i limiti all’emissione di moneta, come perdita di credibilità della promessa del debitore. La moneta non è troppa perché ne circola troppa, e si satura la relativa domanda, ma è troppa rispetto alla capacità politico-economica del debitore di far fronte ai propri impegni. L’eccesso di moneta è uno dei fattori che ne provocano una crisi di credibilità, che è anche relativa rispetto alla credibilità di altre istituzioni che emettono moneta. In un certo senso il debito si paga in credibilità, ma a un certo punto, con l’aumentare del debito, anche se i creditori sono tendenzialmente ottimisti, diventa impossibile fingere che esso possa essere sostenuto. E quindi chi ha attività produttive di beni o servizi reali tenderà a non accettare più alcuni debiti (moneta) in cambio delle proprie prestazioni. Insomma, man mano che diminuiscono i produttori di merci e servizi, e crescono i produttori di moneta, quest’ultima perde credibilità; con l’emissione di moneta, cioè di debito, pian piano anche la credibilità si consuma, con la gradualità delle scienze sociali, sprovviste di confini precisi.

Emissione di moneta e creazione di redditi

I profili che influenzano la durata della credibilità, presupposto dell’emissione di moneta, dipendono da tanti fattori di affidabilità «economico-politica», non solo propria ma anche altrui, in una competizione di credibilità comparativa di diversi possibili debitori. Non mi avventuro qui, per ragioni di brevità, sui pregi e i difetti della svalutazione tra agevolazione alle esportazioni e ostacolo alle importazioni (8). Anche questo influenza la valutazione del «merito di credito», che dipende però soprattutto da «cosa si fa» con la moneta, cioè come la si spende. Qui bisogna stare attenti a un equivoco piuttosto grossolano, innescato dalle carenze di formazione economico sociale di cui abbiamo detto sopra. Si tende a dire, infatti, che la creazione di moneta, erogata per stipendi o sussidi (si pensi al cosiddetto «reddito di cittadinanza») di per sé crea reddito in quanto il relativo beneficiario la spende. Insomma, il pubblico impiegato riceverebbe un aumento di stipendio e, spendendolo in un negozio di abbigliamento, creerebbe reddito. Purtroppo non funziona così in quanto nell’esempio appena enunciato la moneta è servita solo a monetizzare il reddito derivante dalla produzione e commercializzazione dei capi di abbigliamento. L’emissione di moneta non ha «creato reddito», ma ha monetizzato il reddito di altri, senza soddisfare l’equazione economico-contabile «reddito-consumo». Quest’ultima infatti viene soddisfatta se il pubblico impiegato, che ha ricevuto stipendio a debito, con emissione di moneta, ha anche creato un reddito con la propria prestazione, in termini reali, e non meramente convenzionali, utilizzati secondo i criteri di calcolo del PIL per inserirvi il settore pubblico (9).

Redditi pubblici, credibilità e diritto

Il «consumo a debito» dovrebbe essere accompagnato da un reddito realmente utile al resto dell’organizzazione sociale, cioè dalla creazione di una produzione ulteriore, incrementale, utile alla collettività, come lo smaltimento dei rifiuti, l’aggiornamento del catasto, la pulizia dei giardini pubblici, l’assistenza agli anziani, la salvaguardia dei beni culturali, la stima dell’evasione fiscale, la sorveglianza di obiettivi sensibili al terrorismo, la riqualificazione dei boschi, e qualsiasi cosa che serva a qualcuno e possa essere testimonianza di «credibilità politica». Se invece spendiamo soldi tanto per dare redditi da spendere, per sostenere i consumi, tanto vale risparmiare la fatica di «scavar buche e riempirle» cioè fare lavori inutili come pretesto per dare redditi per salvare le apparenze. Quest’imbellettamento, oltre a non ingannare nessuno, contraddice la legge economica dell’efficienza, del minimo mezzo, che poi è un principio di buonsenso, ricoperto di scientificità esteriore. Se invece si riescono a fare lavori utili a un qualche obiettivo, non importa quale, si creano non solo consumi, ma anche reddito; in altri termini ci possiamo permettere di stampare moneta solo per cose davvero utili e non come pretesto per consentire ai beneficiari di spendere e consumare (10). La sfida è sulla capacità organizzativa della macchina pubblica di creare reddito, anche a debito. Per questo il Giappone, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna hanno emesso moneta e hanno avuto successo. Qui torna la relazione, sottolineata da filoni importanti di giuristi intesi come studiosi sociali, tra politica ed economia. Dove la politica organizza istituzioni efficienti, intese come gruppi sociali dedicati alla sicurezza, alla sanità, all’istruzione, all’ambiente, alla giustizia, alle infrastrutture, e a tutti gli altri settori di intervento pubblico. In questa cornice, disegnata da istituzioni efficienti, prospererà anche l’economia privata. Ma per istituzioni efficienti occorre risolvere problemi giuridici. E’ un fatto culturale, il cui primo passo è comprendere la differenza tra diritto e legislazione. Ma questa è un’altra storia di cui dovremo riparlare (11). E’ invece più utile precisare che le considerazioni suddette sulla «moneta politica» possono riferirsi sia a una nazione sia a una zona economica con una moneta unica, cioè l’euro. Anche per una zona economica valgono i discorsi svolti sopra in materia di credibilità, con una piccola variazione sul tema, data dalle dimensioni. Se il debito (e l’emissione di moneta è debito) si paga in credibilità («politica», trattandosi di Stati o di insiemi di Stati) anche le dimensioni politiche del debitore hanno la loro importanza. In altre parole «le dimensioni contano», anche se scontano una certa litigiosità e difficoltà decisionale. Insomma, benché il mito dell’euro non mi abbia mai entusiasmato, e sia molto scettico sulla possibilità di «unione politica», ai fini della credibilità monetaria size does matter: le dimensioni contano, e possono controbilanciare anche numerose inefficienze, che non sarebbero perdonate su scala più piccola.

Note:

(1) Di cui poi spiegheremo la ragione in termini di «ricerca di credibilità».

(2) Su analoghe iniziative nel Comune di S. Teresa di Riva (ME) cfr. C. de Luca, E. Covino, G. Ingrao, RL, «Poteri dei Sindaci di accettare lavori socialmente utili in pagamento dei tributi locali», in questa Rivista, pag. 187.

(3) R. Lupi, Diritto amministrativo dei tributi, par.1.6, liberamente scaricabile qui http://didattica.uniroma2.it/files/index/insegnamento/154806-Diritto-Tributario.

(4) Vedi in proposito il par.4.6 del mio volume, citato alla nota precedente.

(5) Da ultimo, R. Lupi, Compendio di scienza delle finanze, Dike, 2014, par.7.7 e seguenti.

(6) Allegoria del Buono e del Cattivo Governo.

(7) R. Lupi, Compendio, cit., par.4.12 sul comunismo come esempio estremo di «Stato imprenditore».

(8) Osservo soltanto che la competitività internazionale dei prodotti di un Paese non dipende soltanto dal prezzo, e che una svalutazione monetaria della valuta di un Paese senza nulla da produrre rende meno convenienti le importazioni, senza agevolare le esportazioni, di cui semplicemente mancano i presupposti (che senso ha svalutare per rendere più competitive le esportazioni di merci che non si producono?).

(9) Per semplicità e convenzionalità in questi calcoli si assume che il PIL pubblico sia pari tra l’altro agli stipendi pubblici. (10) Far consumare chi non produce reddito va benissimo, ma va chiamato sussidio. (11) Rinvio, per i più curiosi, al par.4.3 del Diritto amministrativo dei tributi, cit.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: