Tassare i ricchi per far spendere i poveri fa bene all’economia?

di Emanuela Melchiorre, RL

Nelle discussioni economico-mediatiche sembra che «rilanciare i consumi» crei automaticamente reddito, e quindi prosperità: ne abbiamo parlato nel numero precedente a proposito della possibilità di sostituire i tributi con l’emissione di moneta. Oggi ne parliamo dal punto di vista degli effetti economici delle imposte, a proposito del ragionamento secondo cui, vista la maggiore propensione al consumo delle classi disagiate, una redistribuzione dai ricchi ai poveri, creando consumi, sosterrebbe la produzione di redditi. In termini tecnici si tratta del «moltiplicatore della spesa pubblica», ragionamento con un filo logico, avanzato dai nuovi studiosi sociali, spesso giornalisti, politici e opinionisti, che hanno occupato lo spazio lasciato vuoto da studiosi sociali incapaci di comunicare. Cerchiamo di capire se togliere reddito ai privati tramite le imposte, per sussidiare il consumo dei poveri, davvero crea reddito. E’ un ragionamento provvisto di senso compiuto, ma riduttivo, come vedremo.

La redistribuzione da ricchi a poveri attraverso le imposte stimola l’economia?

Emanuela Melchiorre

Redistribuzione del reddito ed effetti economici delle imposte

Una rivista di riflessione tributaria come Dialoghi deve esaminare tutti i ragionamenti con cui la pubblica opinione ipotizza di risolvere i problemi finanziari delle istituzioni. Le imposte prelevano una quota di ricchezza e quindi diventa centrale, per aumentare il gettito tributario, stimolare la produzione di ricchezza. In proposito c’è una tendenza diffusa a stimolare la produzione di ricchezza attraverso i consumi, come indicato nel precedente articolo di Dialoghi dedicato al ruolo della moneta (1); in tale sede abbiamo ragionato sull’eventualità di pagare le spese pubbliche creando nuova moneta, senza ricorrere pertanto all’aumento dell’imposizione fiscale. Se lì quindi abbiamo parlato dell’eventualità di sostituire le imposte con nuova moneta, qui vogliamo invece parlare degli effetti economici dello spostamento tra classi sociali del peso delle imposte. Si tratta di una ipotetica maggiore efficienza economica della redistribuzione della ricchezza attraverso le imposte. Affrontiamo quest’altro aspetto della stessa riflessione (2) partendo da una diversa angolazione, come quando si guardano le numerose facce del medesimo prisma. C’è una parte della letteratura economica che è favorevole alla tassazione di risorse inoperose al fine di trasferire mezzi finanziari a chi ha una propensione al consumo più alta. Questa particolare misura di spesa pubblica anima il dibattito da talk show, e passa spesso sotto il nome di reddito di cittadinanza, noi invece lo vogliamo chiamare per chiarezza e correttezza semplicemente sussidio per i disoccupati o per i poveri. Tale ammortizzatore sociale dovrebbe far aumentare, a detta dei sostenitori di tale tesi, i consumi, ossia la domanda, e quindi di conseguenza il reddito nazionale e l’occupazione. Se possiamo essere d’accordo sulle premesse, ossia sulla necessità di alleviare le difficoltà della popolazione meno abbiente, meno d’accordo siamo sulle conclusioni del ragionamento poiché risulta a noi evidente un salto logico sostanziale dal concetto di consumo a quello di reddito (3).

Sussidio e ricchezza: una correlazione non scontata

Finanziare mediante sussidio il consumo delle classi meno abbienti non fa invece aumentare automaticamente il reddito, per il semplice fatto che il reddito viene prodotto da altri; colui che riceve sussidi può tutt’al più permettere ai produttori di merci di trovare uno sbocco per le loro giacenze di magazzino (4). Quindi possiamo affermare che finanziare il consumo di qualcuno che, per tanti motivi differenti (povertà, disoccupazione, ecc.), è estraneo al processo produttivo ha un effetto indiretto e non certo sulla creazione di nuova produzione e sul livello della ricchezza aggregata. Ancora più indiretto poi è l’effetto della domanda sussidiata sul livello di occupazione. Ciò non toglie che una simile misura politica prima ancora che economica sia utile e desiderabile in questo periodo di grande difficoltà per una parte sempre più vasta della popolazione.

Sostituzione di consumi privati con consumi pubblici

Una volta chiarito un simile equivoco che caparbiamente si ripropone in molte discussioni della pubblica opinione, possiamo procedere sugli effetti economici di una «redistribuzione delle imposte»; si tratta cioè della maggiore influenza sull’economia di una azione pubblica a scapito di una libera iniziativa privata, o, come direbbe un economista, della maggiore o minore incidenza del moltiplicatore della spesa pubblica rispetto al moltiplicatore della spesa privata (5). Il prelievo impositivo sposta consumi privati verso i consumi pubblici, prelevando una ricchezza prodotta da privati a favore di impieghi di interesse pubblico. Ha fondamento l’ipotesi che questo travaso di consumo può avere effetti più espansivi sull’economia nel suo insieme rispetto al semplice consumo privato? Ha senso sostituire spese pubbliche con un moltiplicatore più elevato con spese private con un moltiplicatore meno incisivo? Il discorso ha un filo conduttore, ma è solo una parte del tutto: solo che i proponenti, per amor di tesi o per pigrizia, preferiscono paludarne il filo logico, indubbiamente esistente, con un apparato diretto ad attribuirgli «scientificità», cioè ad «accreditarlo», anziché comprendere altri ragionamenti che lo limitano. Il calcolo del moltiplicatore della spesa pubblica non può essere fatto a priori. In realtà il vero valore del moltiplicatore di una determinata spesa pubblica o di un complesso di spese lo si può determinare soltanto ex post sulla base dell’effettivo risultato che tali spese hanno conseguito, prima di tutto in termini di efficienza. In altre parole, il moltiplicatore della spesa pubblica rappresenta a nostro avviso un utile strumento di analisi per valutare il risultato di una politica e non per scegliere quale politica applicare tra una rosa di alternative. È più importante considerare il contenuto stesso delle politiche di spesa e scegliere quelle spese che hanno un maggiore contenuto propulsivo per l’economia. Pertanto l’interrogativo non è se il moltiplicatore della spesa pubblica è maggiore o minore di quello della spesa privata, quanto quali spese hanno un maggior effetto espansivo sull’economia? L’attenzione va spostata quindi dallo strumento di analisi al contenuto delle politiche.

Tassare i consumi o tassare i risparmi

I sostenitori della tesi che la spesa pubblica dovrebbe essere interamente coperta da maggiori entrate fiscali (teorema del bilancio in pareggio) ricorrono alla considerazione che il moltiplicatore della spesa pubblica sul reddito è maggiore di quello fiscale, quindi, l’incremento di reddito derivante dalla spesa pubblica è più che proporzionale alla riduzione dovuta all’aumento della pressione fiscale per finanziare tale spesa. Il ragionamento procede, inoltre, individuando quali beni devono essere maggiormente tassati e quali meno per massimizzare la raccolta fiscale (6). In particolare, si sostiene che i beni a minore elasticità di domanda (ossia i beni di prima necessità e di consumo quotidiano) siano da preferire in un piano di inasprimento fiscale, poiché un aumento della tassazione, proprio in virtù del fatto che sono acquisti non comprimibili e irrinunciabili, porterà maggiori entrate tributarie. Al contrario i beni a elasticità di domanda elevata (ossia i beni di lusso) se venissero tassati maggiormente non garantirebbero un certo incremento delle entrate fiscali, poiché la domanda di tali beni può essere facilmente contratta o, presumibilmente, rivolta verso altri beni meno tassati o verso altri mercati e altri Paesi dove la fiscalità è più vantaggiosa. Se da un lato queste scelte possono portare meccanicamente al risultato sperato di maggiori entrate tributarie, dall’altro lato non garantiscono un effetto espansivo sulla ricchezza. Anzi probabilmente le scelte dei policy maker in tema di tassazione del consumo potrebbero peggiorare il clima di fiducia dei consumatori e dei produttori. Senza considerare il fatto che le tasse sul consumo vanno a incidere proprio su quella fascia di popolazione più bisognosa che in tempi di crisi tende ad allargarsi (7). Se tassare il consumo pone evidenti interrogativi sul livello di ricchezza prodotto e questioni di equità fiscale, anche tassare il risparmio non è privo di conseguenze indesiderabili, anche se il discorso è più ampio di quanto sembri. Il risparmio nella sua definizione più elementare non è altro che consumo posticipato (8). Nel senso che diventa rilevante nella nostra analisi solo in relazione all’uso che si fa del denaro accumulato (9). Come abbiamo già sostenuto nel precedente articolo di Dialoghi sulla moneta, spostare fondi monetari per trasformarli in altri impieghi finanziari o speculativi senza passare per la produzione reale non crea nuovi investimenti. Quando però il trasferimento di mezzi finanziari è diretto verso attività produttive creatrici di nuova ricchezza il sacrificio della rinuncia al consumo attuale può essere compensato dal beneficio del maggior benessere generale. Anche in questo caso è possibile sfatare un altro equivoco, quello che passa sotto il nome di «paradosso del risparmio» di keynesiana memoria. È assai difficile che i soldi accantonati in banca non vengano utilizzati per altre attività, ossia è improbabile che siano inattivi tanto quanto quelli nascosti sotto il fantomatico mattone. Anche se esiste «la preferenza per la liquidità» (10), fatta cioè la tara con il margine di liquidità che tutti noi desideriamo conservare, la gran parte delle risorse risparmiate viene accantonata in un qualche istituto bancario che utilizza i propri debiti, ossia i depositi dei correntisti, per gli impieghi. È nella scelta sul tipo di impiego presa della banca il fulcro della questione della crescita o meno della ricchezza aggregata. Se il credito alle imprese viene contratto e l’acquisto di titoli speculativi aumenta il saldo finale sulla ricchezza nazionale sarà negativo.

L’equazione economica però è duplice

Affrontare l’annosa questione della crescita economica guardando solamente un lato del mercato, ossia quello della domanda, trascurando quello della produzione, rischia di creare tanti, troppi equivoci. A tutti piacerebbe consumare senza creare redditi, ma purtroppo non può funzionare così per tutti. L’enfasi sul moltiplicatore dei consumi trascura la variabile economica fondamentale del reddito ossia trascura la formazione della ricchezza dal lato della produzione e tutte le scelte proprie della sfera economica dell’offerta. Forse non serve l’economia applicata, ma basta il buonsenso della nonna, per capire che non si produce reddito solo consumando. Ragionare guardando solo una faccia del prisma economico, cioè il consumo, rischia di farci perdere di vista la visione d’insieme, cadendo in un ragionamento con un filo logico, ma basato su di una sola variabile, cioè lo sbocco della produzione trascurando la capacità di creare produzione (11). Le relazioni economiche difficilmente sono univoche, ossia spiegabili con una sola variabile, e il più delle volte sono equivoche, ossia dipendono da molte variabili. L’approccio unidirezionale legato all’incidenza del moltiplicatore dei consumi e del ruolo principe della domanda aggregata porta ad una conclusione fortemente discutibile: tassare i redditi più elevati e i patrimoni inoperosi per finanziare i consumi dei meno abbienti faccia crescere automaticamente la ricchezza, o, più semplicemente, che le tasse facciano bene all’economia.

Non si creano redditi stimolando i consumi

di Raffaello Lupi

Le teorie descritte nell’articolo che precede sembrano integrare il paradosso di una «via socialista» allo sviluppo del libero mercato. Pare quasi la quadratura dei rapporti tra politica ed economia. La politica, attraverso la tassazione sui ricchi, rilancia i consumi dei poveri e in questo modo innesca un circolo virtuoso di sviluppo economico. Come in tutti i ragionamenti provvisti di un filo logico qualcosa di vero c’è, nel senso che una macchina pubblica efficiente, anche sul piano della determinazione dei tributi, è un fattore propulsivo dell’organizzazione sociale in generale, economia compresa. Si ritorna però all’interrogativo che, assieme all’Autrice che precede, avevamo descritto a proposito del finanziamento della spesa pubblica attraverso l’emissione di moneta, sul n. 3/2015 di Dialoghi. Si tratta di confrontare l’efficienza della spesa pubblica innescata dalla maggiore tassazione con l’efficienza della spesa privata, per consumi o per investimenti, attraverso il circuito del credito. L’articolo che precede rilevava ad esempio, giustamente, che il rilancio dei consumi, connesso alla tassazione dei ricchi, potrebbe indirizzarsi su merci prodotte nel far east. L’effetto economico di questa redistribuzione delle risorse non è quindi prestabilito, e dipende dall’efficienza delle istituzioni in generale; si tratta della macchina pubblica nel suo complesso, in tutte le sue funzioni, giurisdizionali e non giurisdizionali, che ho descritto in altra sede (12). Come si vede, è un confronto che non può essere astratto, o di principio, tra i sostenitori dello Stato e quelli del mercato, né può svolgersi con formule generiche come lo stesso principio di sussidiarietà. Una cosa però è certa: nella misura in cui le istituzioni funzionano bene, anche le aziende tenderanno a seguirle.

Note:

(1) E. Melchiorre, R. Lupi, «Dalla finanza tributaria alla finanza monetaria: battere moneta per finanziare le spese pubbliche?», in Dialoghi Tributari n. 2/2015, pag. 142.

(2) Secondo la quale «il consumo creerebbe reddito» (anziché la produzione).

(3) Come abbiamo già indicato nel precedente articolo dedicato all’emissione di moneta in luogo delle imposte.

(4) Saranno quindi i produttori a dover scegliere se conservare l’attuale livello di produzione o se pianificare nuovi livelli produttivi lasciandosi influenzare da flussi di domanda incrementale finanziata da sussidi pubblici.

(5) Il moltiplicatore del reddito influenzato dalla variabile economica della propensione marginale al consumo è stato teorizzato da Keynes nel suo The General Theory of Employment, Interest and Money, tuttavia l’enfasi nella trattazione era data al ruolo degli investimenti per far crescere il reddito e non del consumo o della propensione al consumo.

(6) Gli economisti sono attratti dalla regola delle imposte di Ramsey, (1927), in materia di efficienza della tassazione.

(7) Oltre a considerazioni meramente quantitative, la riflessione sul finanziamento della spesa pubblica con maggiori imposte non può prescindere da elementi prettamente sociali. Come scrisse il Ministro delle finanze francese Colbert tre secoli fa, «Aumentare le imposte è come spennare un’oca: si vuole ottenere il massimo numero di piume riducendo al minimo la quantità di chiasso». Imporre nuove tasse o aumentare le tasse esistenti non è un processo privo di costi politici oltre che sociali.

(8) Keynes nel suo The General Theory of Employment, Interest and Money definiva la propensione al risparmio partendo dal concetto di propensione al consumo, nel senso che se si sottrae dall’unità il valore della propensione marginale al consumo si ottiene la propensione marginale al risparmio.

(9) Nel precedente articolo, «Dalla finanza tributaria alla finanza monetaria: battere moneta per finanziare le spese pubbliche?», cit., abbiamo infatti sostenuto che la moneta non è neutrale.

(10) Teorizzato da Keynes come atteggiamento antropologico e sociale, inteso come quell’attitudine degli individui a conservare liquida una parte delle proprie risorse per fare fronte a eventuali rischi o inconvenienti che caratterizzano l’esistenza di ciascuno.

(11) In fondo si trasferisce nel mondo della moderna produzione di serie un atteggiamento magico e mitologico, come se bastasse qualcuno disposto ad acquistare una certa merce perché essa magicamente si crei. La fiducia nella capacità produttiva tecnologica, indotta dalla scienza, diventa in questo modo «fantascienza».

(12) R. Lupi, Diritto amministrativo dei tributi, par.1.3 e 5.3 liberamente scaricabile su http://didattica.uniroma2.it/files/index/insegnamento/154806-Diritto-Tributario.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: