Canone RAI: una «tassa capitaria» del terzo millennio

tratto da Dialoghi Tributari n.3 del 2015, IPSOA.

di Raffaello Lupi

Nel concordare con gli Autori che mi hanno preceduto, trovo adatta, sul piano teorico, l’idea del canone RAI come tassazione capitaria collegata alla possibilità di una persona di fruire, in vari modi, di una sterminata offerta di trasmissioni radiotelevisive. Su questa premessa poggia l’adeguamento di un canone un tempo legato al «monopolio pubblico» ed oggi giustificato con la mera necessità di una «presenza pubblica» nel settore radiotelevisivo. Come tutti gli istituti giuridici, anche il canone RAI tende a perpetuarsi nel tempo; sono abbastanza vecchio per ricordare quando il rivenditore dei televisori acquisiva le generalità dell’acquirente, per trasmetterle all’apposito Ufficio tributario; quest’ultimo avrebbe poi richiesto il pagamento del canone, a sua volta legittimato dal «servizio pubblico radiotelevisivo» con relativo monopolio (9).

Il gettito del canone RAI, pari a circa 1,5 miliardi di euro, è cospicuo rispetto all’assenza pressoché totale di un sistema di indagini sul territorio. I milioni mancanti all’appello, rispetto al gettito teorico, sono solo 500, tutto sommato pochi. Forse è merito della pubblicità televisiva (10), delle lettere, dal tono vagamente intimidatorio, spedite dalla solerte Agenzia delle Entrate di Torino (11), cui fa capo l’applicazione del tributo. Il tasso di adempimento del tributo è quindi elevatissimo rispetto all’effettiva possibilità di controllo, il che smentisce ancora una volta i luoghi comuni «autorazzisti» della disonestà fiscale degli italiani (12). Sul piano del bilancio del consenso c’è da chiedersi perché il Governo abbia voluto aprire un fronte proprio su questo tema, invece di continuare ad acquisire, a costo politico zero, il cospicuo gettito indicato sopra, accompagnando il tributo verso la morte lenta che meritava.

Probabilmente non è solo questione di soldi, relativamente pochi per di più, ma di finanziamento della TV pubblica, per definizione «permeabile» alle istanze di comunicazione dei Governi in carica. Per la spesa pubblica in generale recuperare alcune centinaia di milioni di euro non è un risultato apprezzabile. Per una emittente televisiva invece il medesimo gettito permetterebbe di «mantenere le posizioni». Pur essendo un tributo, infatti, il canone RAI non va a finire nel calderone generale delle pubbliche entrate, ma confluisce direttamente nelle casse dell’emittente (13). Un sostegno economico alla televisione pubblica, ossia una distrazione di 100 milioni dal bilancio pubblico a favore della RAI avrebbe comportato probabilmente per il Governo critiche, anche in sede europea. Recuperare invece un tributo, già destinato alla RAI, ha costi politici assai inferiori. Forse per questo il Governo si è imbarcato in una «grana» ben poco produttiva sul piano del consenso immediato. All’orizzonte vi sono una serie di grane amministrative con le società elettriche già indicate dagli Autori che precedono. Sarà necessario in proposito esentare i locali commerciali, le rimesse e i garages, gli studi professionali, le seconde case. Si avranno necessariamente dei riflessi diretti sulla qualificazione delle utenze elettriche, da rimettere a fuoco in relazione ai differenti profili appena menzionati. C’è da chiedersi poi quali poteri di controllo possano avere le società elettriche sulle tipologie abitative dichiarate dai clienti. Sulle dichiarazioni di non possedere apparecchi televisivi, sul loro valore giuridico e sulla gestione della procedura «utenti-società elettriche-Fisco» sarà il caso di ritornare.

Note: (9) Sarebbe da chiedersi se la gestione di quest’anagrafe specifica dei proprietari sia caduta in desuetudine per una scelta normativa, oppure per la naturale perdita di controllo del territorio da parte dei poteri pubblici. (10) Cui si collegano i sorteggi di una specie di lotteria legata al pagamento del canone, denominata «Radiotelefortuna», che i più vecchi ricorderanno, e che veniva ripetuta insistentemente dalle «signorine buonasera», cioè le annunciatrici TV, specie oggi estinta. (11) Il valore giuridico di queste lettere, inviate senza alcuna formalità giuridica, era inesistente, ma ha generato l’inquietudine nei destinatari delle lettere tanto da accrescere l’effetto deterrente dell’evasione del tributo proprio in virtù della amplificata e distorta percezione di un certo grado di controllo del territorio. (12) Su questi luoghi comuni R. Lupi, Diritto amministrativo dei tributi, scaricabile online da http://didattica.uniroma2.it/ files/index/insegnamento/154806-Diritto-Tributario, par.4.5.(13) Ed è persino soggetto ad IVA, con buona pace di chi, a proposito della tassa rifiuti, riteneva inconcepibile l’assoggettamento ad IVA di un tributo.

 

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