Evasori-Ladri? Supplenze giornalistiche nello spiegare la determinazione dei tributi

Dialoghi Tributari 4/2015

di Emanuela Melchiorre, Raffaello Lupi

L’interlocuzione tecnica dei professionisti tributari è sbilanciata su questioni interpretative e di rito. Intanto resta un vuoto sulla spiegazione d’insieme, alla pubblica opinione, della determinazione della ricchezza ai fini tributari e dell’evasione. In particolare viene trascurata la rilevanza sull’evasione della diversità di informazioni relative alla base di commisurazione dei tributi. Viene trascurata la dialettica tra determinazione contabile e valutativa della ricchezza, divagando su tecnicismi di dettaglio,ovvero su giudizi di valore in merito agli effetti dei tributi. Su questo vuoto si innesta, come in altri settori delle funzioni pubbliche, la comprensibile supplenza dei giornalisti. E’ una supplenza del tutto legittima, e provvista di un filo conduttore, che però spesso sopravvaluta la politica, utilizzando il fantomatico «partito degli evasori» per spiegare comportamenti che gli interessati potrebbero assumere comunque; anzi, paradossalmente, le cifre dichiarate da chi sfugge alla tassazione attraverso le aziende sono relativamente elevate, se paragonate allo scarso intervento valutativo degli Uffici tributari su queste aree economiche. E’ un circolo vizioso, dipendente anche da queste spiegazioni complottistico-criminalistiche dell’evasione.

 

La dietrologia politica come spiegazione dell’evasione fiscale

Emanuela Melchiorre

Evasori, sensatezza e libri sugli scaffali

Il libro di Livadiotti dal titolo perentorio Ladri gli evasori e i politici che li proteggono non è un testo scientifico, cita cifre e grafici di circostanza, ci sono alcuni episodi riportati in modo suggestivo e tendenzioso, non ha un fact checking delle storie narrate, è in buona sostanza un «pezzo» giornalistico che fa presa su molti sentiment diffusi. Occupa quello spazio lasciato vuoto dai libri scientifici e dai professori universitari, cerca di rispondere ad alcune domande che l’opinione pubblica si pone, alle quali la scienza economica e quella sociale dovrebbero rispondere. Ma poiché gli studiosi sociali sono una specie in via di estinzione, desaparecidos, seppelliti sotto pagine e pagine di analisi quantitative per quanto riguarda gli economisti e da richiami di articoli, commi e combinati disposti per quanto riguarda i giuristi, il vuoto da loro lasciato viene naturalmente occupato da chiunque possegga un briciolo di buonsenso e sappia raccontare storie verosimili. È questo il caso di Livadiotti, il quale sostiene che esiste una congiura, un complotto tra gli evasori e la politica. La panoramica di Livadiotti non rientra
nella sfera di quella che Lupi chiama scientificità esteriore, ossia una successione di parole e discorsi circolari apparentemente in tema. Si tratta invece di una sequela di luoghi comuni, che entrano in contatto diretto con il sentiment del lettore, di affermazioni che toccano la sensibilità dell’uomo della strada e in quanto tali con buona probabilità garantiranno al suo Autore una certa soddisfazione di vendite. Quello di Livadiotti è un esempio del concetto di sensatezza citato da Lupi (1), intesa come senso compiuto del discorso, possibilità di ripercorrerne i passaggi logici. L’antitesi della scientificità umanistica non è infatti il discorso falso, e neppure quello banale, quanto piuttosto quello genericamente sensato. Possono essere quindi «sensati», perché provvisti di un filo conduttore, anche ragionamenti non condivisibili nel merito, come molti di quelli con cui la pubblica opinione cerca di spiegarsi la determinazione dei tributi. Su queste premesse di accessibilità e di sensatezza, è lecito chiedersi se nel discorso di Livadiotti ci sia un contenuto ulteriore rispetto a quanto appartenente al senso comune, una sostanza aggiuntiva, «non banale», che meriti l’impegno necessario a leggerla.

Il complotto: presupposti falsi e tendenziosi

L’ipotesi di complotto del volume parte da un presupposto discutibile: che ci sia una «produzione di evasione» in cambio di consenso. Come se gli apparati pubblici avessero i mezzi, l’autocoscienza, la consapevolezza, gli strumenti necessari a contrastare l’evasione. E che sia mancata la volontà politica di scatenare il controllo e il contrasto agli evasori per ragioni elettorali. La lettura che ci propone Livadiotti è inconsapevole dei modi di determinazione dei tributi, della tassazione contabile attraverso le aziende e di quella valutativa attraverso gli Uffici di cui ci occupiamo su Dialoghi. D’altronde noi stessi ne abbiamo preso coscienza solo di recente ed un giornalista è del tutto legittimato ad essere all’oscuro dei progressi dei nostri studi e delle nostre riflessioni. Quindi dalla sua posizione di outsider dà per presupposto che gli strumenti per la determinazione della ricchezza laddove non arrivano le aziende siano in mano alla politica e che siano stati frenati, accantonati, assopiti. La situazione è al contrario ben più avvilente rispetto a quella prospettata da Livadiotti, poiché nessuno ha mai indicato alla politica come fare per individuare la ricchezza prodotta al di fuori dei circuiti produttivi aziendali. Nessuno ha mai chiarito che la tassazione attraverso i libri contabili delle imprese è una sistema privilegiato, una «manna dal cielo» che alleggerisce il lavoro degli Uffici pubblici. Ma il mondo non è solamente popolato da aziende come organizzazioni pluripersonali, incluse quelle pubbliche come il Comune, la Finanza e le Asl. In un mondo in cui esiste e va per la maggiore il lavoro indipendente e dove grande parte del gettito viene dal consumo finale, i conti al centesimo di euro non è possibile farli e si deve necessariamente ricorrere alla valutazione dei funzionari del Fisco. Per usare un’espressione azzeccata si può dire che «laddove non arrivano i ragionieri ci devono andare i finanzieri».

I presupposti dell’evasione risiedono nella confusione

È stato il fallimento della spiegazione o meglio la mancanza della spiegazione della determinazione dei tributi, dove le aziende non arrivano a generare i presupposti per l’evasione. La politica non ha quindi creato l’evasione, l’ha data per assioma. E poiché l’evasione esiste, la politica deve prima comprenderla e poi gestirla. Non esistono i politici che fanno evadere qualcuno consapevolmente, perché l’evasione non è una gentile concessione della politica, ma alligna e prospera automaticamente laddove il sistema di accertamento della ricchezza e di determinazione dei tributi presenta lacune e incertezze. Al riguardo è interessante notare che la percezione della popolazione riguardo alla possibilità da parte del Fisco di effettuare i controlli sul territorio è di gran lunga sovrastimata rispetto alle effettive potenzialità. Se i contribuenti fossero perfettamente informati sulle effettive probabilità dei controlli, ossia sul fatto, ad esempio, che, su tutta la Provincia di Roma, per accertare tutto il lavoro indipendente e il consumo finale delle aziende con meno di 5 milioni di euro di fatturato, sono impiegati solamente 150 funzionari, probabilmente evaderebbero di più e a cuor leggero. Questo naturalmente non significa che si vuole giustificare o esaltare gli evasori. Si afferma solamente che la scarsa conoscenza e la confusione sul controllo fiscale genera un gettito aggiuntivo.

La demonizzazione ostacola la determinazione dei tributi

Livadiotti sostiene che la politica abbia la formula magica per identificare l’evasione e possieda gli strumenti per contrastarla. E non provvede a punire i colpevoli per ragioni elettorali. Una tesi del tutto sbagliata. La confusione tributaria si presta infatti a utilizzazioni strumentali di varia natura, e l’idea di «lotta all’evasione» si espande e si consolida fino a diventare una nuova frontiera della «lotta di classe» intesa in una chiave di lettura più moderna. C’è infine una convergente condanna contro i «grandi evasori» (2), difficili però da trovare, e numericamente irrilevanti. La tendenza alla demonizzazione degli evasori ha innescato quella, opposta, della demonizzazione del Fisco; anch’essa sorvola sulla determinazione dei tributi, e reagisce all’eccessivo livello delle imposte, rilevando l’inefficienza della macchina pubblica; le accuse di evasione ai lavoratori indipendenti sono respinte al mittente con l’accusa del «doppio lavoro» prevalentemente in nero di tanti dipendenti, alla c.d. «evasione di sopravvivenza», all’ottusità vessatoria di molti rilievi fiscali, all’intrusiva inutilità di molti improvvisati strumenti antievasione in un circolo vizioso senza fine e senza scampo. Per decenni si è scaricato su di una fantomatica «perversione privata» degli evasori il malessere degli utenti dei servizi pubblici in difficoltà finanziarie, in gran parte lavoratori dipendenti e pensionati. Alla fine però l’idea degli «evasori per tendenza», per intrinseca disonestà, da usare come «capro espiatorio», è passata un po’ di moda, trasformata ed evoluta in nuovi totem come il fronte del «no euro!», degli oppositori della Troika, delle scie chimiche e del Bildemberg. Con Livadiotti il discorso raggiunge nuove frontiere e si sposta verso la collusione tra politica ed evasione e quindi tra politici ed evasori. Demonizzazioni e controdemonizzazioni, benché mediaticamente utili in termini di audience e di vendite di volumi, drammatizzano il clima sociale, coi loro opposti miti negativi di «evasori cattivi» e di Uffici tributari vessatori. E la confusione sociale rimarrà finché gli spunti della pubblica opinione non saranno ripresi, filtrati, organizzati e riproposti da una adeguata comunità di studiosi.

Un evasore è un ladro?

A questo punto occorre riconoscere che Livadiotti, a differenza della generalità dei suoi colleghi, se non altro si pone la questione se ci sia o meno identità tra un evasore e un ladro, oppure se esiste un momento intermedio, un istante in cui l’evasore è ancora solamente un lavoratore che ha ottenuto redditi dal proprio lavoro e che è chiamato a destinare parte di tale reddito al pagamento delle tasse. In definitiva (alla stregua della questione filosofica-religiosa di quando comincia la vita) si pone la domanda esistenziale «quando nasce un evasore/ladro?» Quantomeno nella sua analisi sorge il dubbio che non si possano mettere sullo stesso piano un lavoratore autonomo (nella fattispecie un idraulico, un meccanico, un dentista e via dicendo) e uno scippatore o un ladro d’appartamento. Non mancano le risposte, manca chi si pone le domande Non possiamo certo chiedere a un giornalista di dare risposte che mancano agli stessi distratti studiosi sociali. Anzi giungiamo all’amara considerazione che gli unici che si pongono queste domande e che si imbarcano in ragionamenti tipici della scienza sociale siano rimasti solamente i giornalisti, nella latitanza dei professori universitari. Ci siamo infatti dimenticati che la determinazione dei tributi è una funzione pubblica da esercitare attivamente, su attività economiche in sé apprezzabili, contro cui non ci sono «lotte» da fare. Così come nessuno chiama l’istruzione «lotta all’ignoranza», la sanità «lotta alla malattia», l’ambiente «lotta ai rifiuti», la protezione civile «lotta alle catastrofi», la viabilità «lotta al traffico», lo sviluppo economico «lotta alla povertà», chiamare la determinazione dei tributi «lotta all’evasione» ne pregiudica fortemente l’efficienza. Incolpare i contribuenti delle inefficienze della funzione tributaria è un po’ come scaricare sugli studenti il cattivo funzionamento delle scuole, quello degli ospedali sui malati, quello delle strade sugli automobilisti, ecc. Analogamente c’è convergenza sull’insufficiente controllo del territorio da parte delle istituzioni, e sulla loro frequente deresponsabilizzazione. Alla fine ci si avvita in una spirale di discorsi sensati, ma disorganizzati, restando sempre al punto di partenza. Tutto questo alimenta gli «opposti isterismi», che – intrecciati tra loro – paralizzano gli Uffici tributari; ai quali servirebbe invece la chiarezza di idee nella pubblica opinione e una sua capacità di valutazione e controllo sociale secondo i meccanismi tipici di tutti i rapporti «società-istituzioni».

La politica non protegge l’evasione, semplicemente non la comprende

La politica non protegge gli evasori secondo un piano premeditato, per ottenere maggiore consenso, così come vorrebbe far intendere Livadiotti. Davanti a spiegazioni dell’evasione in termini di scarso senso civico, o alla criminalizzazione propagandistica di milioni di operatori economici (i lavoratori dipendenti o gli autonomi), i politici sono disorientati e si sentono imbarazzati, avvertendo, non solo la loro palese assurdità, ma anche l’inadeguatezza a raggiungere gli scopi pratici che, per ipotesi, volessero raggiungere. E’ paradossalmente perdente cercare un maggiore consenso, confidando sul numero molto più elevato dei lavoratori dipendenti, attraverso la critica agli «autonomi», come evasori. La politica capisce bene che la criminalizzazione di questa categoria è elettoralmente perdente in quanto, pur essendo gli «autonomi» meno numerosi dei dipendenti, il consenso perso presso di loro, criminalizzandoli (tra l’altro nel complesso ingiustamente), è maggiore di quello acquisito presso i dipendenti; questi ultimi, tassati più facilmente attraverso le aziende, sono coinvolti solo indirettamente, e quindi, anche se più numerosi, sono anche meno attenti o sensibili allo specifico problema. L’intreccio di queste due tendenze, con le loro sfumature, crea polemiche e imbarazzi tra i politici, perché da un lato si sentono in dovere di «far qualcosa», dall’altro temono che gli «autonomi» avvertano come adesione alla suddetta tendenza che li criminalizza qualunque tentativo, per quanto sereno, equilibrato e razionale, di determinare in modo più credibile la loro situazione economica. Tra le diverse tendenze, che, con tutte le loro sfumature, sono comprese tra i due estremi di quelle a favore e quelle contrarie al Fisco, hanno acquisito maggiori spazi, negli ultimi anni, quelle «anti Fisco», sostenute da una pubblica opinione meno sensibile alle gogne mediatiche, per fantomatiche evasioni fiscali, di operatori economici che, ricordiamolo, sono quelli che creano ricchezza e lavoro. Bisogna però ricordare che la spesa pubblica, in qualsiasi società complessa, non va smantellata, ma va fatta funzionare, anche attraverso una credibile determinazione dei tributi. Parlare di «guerre» e di «lotte» sarà anche comprensibile nella prospettiva del sensazionalismo giornalistico, ma è socialmente lacerante. Le recriminazioni ostacolano infatti una serena gestione della funzione tributaria in modo da attenuare gli squilibri oggettivamente legati alla diversa determinabilità di trattamento tra ricchezze determinabili diversamente ai fini tributari.

Una supplenza giornalistica alla mancata spiegazione della determinazione dei tributi

Raffaello Lupi

Evasori come «capri espiatori»: miti e realtà

Il volume di Livadiotti ha certamente un filo conduttore, un senso compiuto, il che non si può dire per molte opere degli studiosi sociali del settore, come indicato al par. 4.3 del mio volume sulla determinazione dei tributi (3). Il volume di Livadiotti appartiene alla categoria di quelli in cui si cerca, del tutto legittimamente, un semplice capro espiatorio alla crisi economica, che spesso si manifesta nella «mancanza di fondi», che invece ci sarebbero se tutti pagassero le imposte. Si innesta qui lo schema del «pagare meno pagare tutti», coi rituali richiami delle alte autorità politiche, ignare che il dichiarato degli «autonomi» è già proporzionalmente più elevato rispetto alla qualità e quantità dell’intervento complessivo degli uffici tributari su di loro (4). Anche il «pagare meno pagare tutti» è sempre più oggetto di precisazioni, in quanto i livelli di imposizione dipendono dalla spesa, e quindi non potrebbero diminuire in modo apprezzabile per gli imponibili che sono già oggi tassabili attraverso le aziende. Questo già fa intravedere che «gli evasori» costituiscono un capro espiatorio mediatico, come abbiamo scritto, talvolta con Emanuela Melchiorre, in precedenti numeri di Dialoghi (5). Alcuni esponenti del circuito mediatico-politico avvertono che la pubblica opinione ha bisogno di un capro espiatorio delle disfunzioni sociali, e usano ancora «gli evasori». Altri, politicamente più furbi, si stanno orientando sulle «banche», la finanza internazionale e l’Europa. Ovviamente queste ultime, entità, come pure «gli evasori», non sono certo dei santarellini, ma gente che si fa i propri conti, un po’ come tutti, comunque però creatori di reddito, falegnami, pasticceri, elettricisti, ecc. Inoltre «gli evasori», che si sottraggono del tutto a qualsiasi imposta, non esistono, in quanto comunque anche l’evasore totale paga le imposte come consumatore, utente di servizi pubblici, risparmiatore, ecc.

Massa monetaria manovrabile del lavoratore indipendente al consumo finale

Il lavoratore indipendente al consumo finale ha entrate «lorde», che includono non solo i redditi propri. Essi infatti hanno in mano, non solo le proprie imposte sui redditi, ma anche l’IVA dei clienti, e i contributi sociali. E’ una massa monetaria percentualmente consistente, per questi soggetti, rispetto al totale delle entrate, il cui occultamento parziale comporta notevoli miglioramenti in termini di tenore di vita degli interessati (6). Questi ultimi non hanno certo bisogno, come fa intendere Livadiotti, di un permesso della politica per evadere; nascondere la ricchezza al Fisco, per loro, è una opportunità immanente nel modo stesso di produrla, senza contatto con organizzazioni di terzi, e senza una organizzazione propria. Non c’è bisogno di un patto della politica con tali categorie perché queste evadano. Si tratta di una opportunità consentita dalla forza delle cose, cioè dalle modalità di produzione della loro ricchezza, cui sono spinti dal tenore di vita.

La sopravvalutazione della politica

Le illazioni di Livadiotti sul «partito degli evasori» sopravvalutano le possibilità della politica e della legislazione su realtà estremamente frammentate e numericamente consistenti. Evidentemente i giornalisti si collegano al mito dell’onnipotenza legislativa, con la politica come «moderno feticcio», di cui parlo nel volume di riferimento sulla determinazione dei tributi (7). Troppe poche persone, nella pubblica opinione, fanno mente locale sulla necessità, perché la legge sia «onnipotente», che qualcuno le dia retta. E’ un po’ la via «giornalistico-sensazionalistica» alle scienze sociali. Dove l’obiettivo non è quello di «formare» una consapevolezza sul funzionamento della società, ma di intrattenere, di attrarre l’attenzione, con qualcosa idoneo a fare una certa sensazione. Scatta una combinazione di «credibilità», di «vendibilità mediatica» di certe affermazioni, di conformità a una tendenza dell’uditorio. Anche affermazioni grossolane possono avere un filo logico, ed essere quindi accreditate con citazioni, schemini, aneddoti, parabole, fact checking, legislazione. E’ un po’ la via giornalistica alle scienze sociali, preoccupata di riempire una pagina di giornale o gli ascolti di una trasmissione, e che riempie un vuoto lasciato dagli studiosi sociali dei rispettivi settori. Nascono varie mitologie (8), spesso opposte, ma intrecciate sullo stesso quotidiano, nella stessa trasmissione o magari anche nella mente dello stesso ospite o ascoltatore. Che magari impreca contro le vessazioni di Equitalia, e subito dopo contro la furbizia degli «evasori» (9).

Fu vero ladro?

Intelligentemente Livadiotti si pone la domanda se i soldi che l’evasore, ma in realtà tutti guadagniamo siano prima nostri (10) o prima dello Stato, diventando nostri solo una volta pagate le imposte. E’ sostenibile che le brioches siano preparate dal pasticcere e la messa in piega fatta con le mani del parrucchiere, che lo Stato non aiuta certo quando lavorano. E per tornare al tema evergreen della tassazione della prostituzione, le parti anatomiche strumentali alla produzione del reddito non sono certo messe a disposizione dal Governo. Tutti costoro potrebbero quindi obiettare che la fatica, l’impegno, e persino il corpo li mettono loro, e che quindi non sono ladri di nulla. Se lo Stato non riesce a organizzarsi per chiedere loro le imposte in modo sistematico ed efficiente, è un problema dello Stato. Si potrebbe obiettare però che lo Stato crea l’intelaiatura grazie alla quale tutte queste attività, da quella della prostituta a quella del pasticcere, possono svolgersi. Benissimo, e infatti questo gli dà il diritto di richiedere le imposte, cioè di organizzarsi per determinare la ricchezza. Ma quando questa funzione pubblica di determinazione della ricchezza non funziona, appare forzato dare la colpa a chi conseguentemente non paga. Le tasse si pagano quando si vede in giro che qualcuno le richiede, oppure quando ci vengono meccanicamente applicate dalle organizzazioni con cui abbiamo rapporti economici, come per i lavoratori dipendenti dalle organizzazioni, che verosimilmente – a parti invertite – si comporterebbero esattamente come loro. Se manca la sistematicità nella determinazione della ricchezza ai fini tributari, chi non riceve richieste di tributi è solo un beneficiario indiretto di uno dei tanti malfunzionamenti della macchina pubblica. Non è un nemico del popolo né un «ladro di tasse». Tutto torna. I soldi sono di chi se li merita, e lo Stato deve dimostrare di saperseli meritare organizzandosi per la determinazione della ricchezza. Gli studiosi hanno il dovere di capire e spiegare alla pubblica opinione come.

Note:

(1) R. Lupi, Compendio di Diritto Tributario La determinazione della ricchezza nel diritto amministrativo dei tributi, Par. 4.7

(2) Di cui abbiamo già parlato, cfr. E. Melchiorre, R. Lupi, «Lotta all’evasione e “grandi evasori” come ostacoli mediatici a una teoria della determinazione dei tributi», in Dialoghi Tributari n. 1/2015, pag. 11.

(3) R. Lupi, Diritto amministrativo dei tributi, scaricabile direttamente in http://didattica.uniroma2.it/files/index/insegnamento/154806-Diritto-Tributario, par. 4.3.

(4) R. Lupi, Diritto amministrativo, cit., par.4.2.

(5) A partire da R. Lupi, «La “diceria dell’evasore” tra improvvisazioni e schizofrenie sociali», in Dialoghi Tributari n. 4/2010, pag. 353.

(6) La massa monetaria fiscalmente manovrabile (MMFM) è quindi molto maggiore del reddito lordo degli interessati.

(7) R. Lupi, Diritto amministrativo, cit., par. 2.4.

(8) Come quella dei «commercialisti che aiutano ad evadere» su cui cfr. R. Lupi, Diritto amministrativo dei tributi, cit., e l’emblematico video reperibile su internet digitando semplicemente «Luca perse la verginità fiscale» (comunque il link è http://video.repubblica.it/webseries/non-c-e-problema/non-c-e-problema-cosi-lucaperse-la-verginita-fiscale/217227/216423).

(9) E dei «politici che li proteggono», echeggiando il sottotitolo del libro di Livadiotti.

(10) Nel qual caso sarebbe improprio parlare di «ladri» per gli evasori fiscali.

 

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