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Tassa sulle transazioni finanziarie: UE verso un’armonizzazione 27 maggio 2013

Il sì al prossimo negoziato a 11

Obiettivo superare la frammentazione delle legislazioni nazionali

Emanuela Melchiorre

Pubblicato su www.lindro.it il 17 Maggio 2013

tobin taxLa Commissione europea ha presentato lo scorso 14 febbraio una  proposta di direttiva del Consiglio, volta a introdurre un’imposta sulle transazioni finanziarie in tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea. Lo scambio di azioni e obbligazioni, secondo quanto disposto, sarebbe tassato con un’aliquota dello 0,1 per cento, mentre per i derivati il tasso sarebbe dello 0,01 per cento. La propensione per aliquote molto contenute è imposta non solo per contemperare l’esigenza di limitare i rischi di elusione, ma anche per colpire specificamente le operazioni più rischiose e ad elevata frequenza, senza tuttavia avvilire gli investimenti di medio-lungo periodo sui quali il peso della tassazione sarà gradualmente meno rilevante.

La proposta sarà sottoposta ai negoziati tra gli 11 Stati membri partecipanti alla cooperazione rafforzata (la Francia, la Germania, il Belgio, l’ Austria, la Slovenia, il Portogallo, la Grecia, la Slovacchia, l’Italia, la Spagna ed l’Estonia), i quali dovranno giungere ad un’approvazione all’unanimità del testo definitivo di attuazione, previa consultazione del Parlamento europeo. I restanti 16 Stati membri non coinvolti nella procedura di cooperazione, potranno prendere parte ai dibattiti, pur non disponendo di potere di voto.

La Commissione europea propone l’entrata in vigore dell’imposta il 1° gennaio 2014, mentre secondo le sue previsioni il gettito dovrebbe raggiungere i 57 miliardi di euro ogni anno. Gli Stati dovranno accordarsi anche sulla delicata questione della gestione del gettito, su cui la proposta di direttiva non contiene indicazioni specifiche.

In merito alle condizioni sostanziali della configurazione dell’imposta, questa si applica a ogni singola transazione finanziaria (alla vendita, all’acquisto e al trasferimento di proprietà infra-gruppo di strumenti finanziari, alle operazioni di trasferimento del rischio, nonché alla stipula o modifica dei contratti derivati). Vale il principio della residenza secondo il quale tale imposta si applicherebbe a tutte le transazioni di strumenti finanziari per le quali almeno una controparte della transazione sia residente all’interno dell’UE.

L’imposta sulle transazioni finanziarie dovrà coprire innanzitutto la più vasta gamma di strumenti finanziari (dalle azioni, alle obbligazioni, ai prodotti strutturati e i derivati, agli strumenti del mercato monetario, alle quote di organismi d’investimento collettivo) e ricadere in capo ad ogni ente finanziario (ivi compresi i fondi pensione, le società veicolo del sistema bancario ombra, ammesso che lo si riesca a circoscrivere) che prenda parte alla transazione agendo per conto proprio o per conto di un altro soggetto.

La condizione della generalità dell’imposta (della sua applicazione alla totalità delle transazioni finanziarie e in capo ad ogni ente finanziario ), rappresenta la conditio sine qua non affinché tale imposta non sia distorsiva all’interno del mercato e non scoraggi il risparmio a vantaggio della speculazione. Così non avviene in Italia. La legge di stabilità 2013 (articolo 1, commi da 491 a 500) ha incluso un’imposta sulle transazioni finanziarie sulle operazioni di  trasferimento della proprietà di azioni ed altri strumenti partecipativi emessi da soggetti residenti nel territorio dello Stato italiano, nonché di titoli rappresentativi dei predetti strumenti indipendentemente dalla residenza del soggetto emittente. L’aliquota è dell’0,1 per cento per le operazioni concluse in mercati regolamentati o con sistemi multilaterali di negoziazione; operazioni sui cosiddetti strumenti derivati , ad imposta in misura fissa, determinata con riferimento alla tipologia di strumento e al valore del contratto; è pari allo 0,2 per cento del valore della transazione se le operazioni di acquisto sono effettuate fuori dai mercati regolamentati (OTC over the counter);

Abbiamo chiesto il parere di Alfonso Scarano, noto consulente finanziario, promotore dell’iniziativa “La Finanza in Piazza” volta a diffondere la conoscenza presso i risparmiatori non specializzati dei complessi meccanismi della finanza. L’attuale tassazione sulle transazioni finanziarie, sostiene Scarano, viene applicata solamente sull’acquisto e non sulla vendita. Questo significa che l’imposta sulle transazioni finanziarie in Italia incide prevalentemente sui c.d. “cassettisti” che rappresentano la maggior parte dei risparmiatori italiani. Inoltre si paga sulla situazione creditoria a fine giornata dei diversi operatori finanziari, i quali possono evitare qualsiasi imposizione chiudendo a zero l’attività della giornata. Questo è possibile perché la maggioranza delle operazioni di compravendita sono attivate automaticamente da algoritmi che compiono migliaia di operazioni della durata di qualche millesimo di secondo (high frequency trading) con l’obiettivo di massimizzare i profitti a breve. Mediante tali algoritmi è possibile stabilire l’obiettivo a fine giornata di “chiudere a zero”. Come è configurata in Italia, pertanto, la tassazione sulle transazioni finanziarie disincentiva il risparmio e non influisce in alcun modo sugli atteggiamenti meramente speculativi. Sembrerebbe che la proposta europea voglia scongiurare questo rischio. Infatti la base imponibile è misurata sul gross transactions value (e non sul saldo netto di fine giornata, come detto previsto dalla legge italiana) pari al valore nominale degli strumenti derivati, o al prezzo pagato come corrispettivo per le transazioni in tutti gli altri strumenti finanziari.

Secondo il Prof. Leonardo Becchetti dell’Università di Roma Tor Vergata e portavoce della campagna ZeroZeroCinque (http://www.zerozerocinque.it/), una tassa sulle transazioni finanziarie può fare molto per contrastare la speculazione. La tassa sulle transazioni finanziarie oggetto della proposta attualmente al vaglio della commissione UE, infatti secondo Becchetti, avrebbe un’incidenza molto contenuta sui cosiddetti “cassettisti” (chi compra un titolo per rivenderlo a scadenza o solo in caso di necessità). Per intenderci chi acquista 10.000 euro di azioni paga un fissato bollato di 10 euro), mentre renderebbe di fatto non più conveniente il trading ad alta frequenza perché basato su migliaia di operazioni, ciascuna con guadagni minimi e ciascuna soggetta alla tassa. La vera efficacia della tassa sarebbe dunque, secondo il professore , quella di modificare radicalmente le strategie di gestione di portafoglio di banche e fondi pensione riducendo la loro propensione speculativa a breve.

Altro imperativo dell’iniziativa europea è evidentemente quello di superare la  frammentazione delle legislazioni nazionali in materia. Infatti, la Francia aveva introdotto la tassazione sulle transazioni finanziarie nell’agosto dello scorso anno. Dopo la Francia anche Italia, Spagna e Portogallo hanno seguito questa strada, seppur con le dovute differenze nelle aliquote imposte e nella base imponibile.

 

Il mercato del lavoro in continua manutenzione legislativa 25 maggio 2013

Dati preoccupanti dal rapporto CEI. Intervista a Fabio Rusconi

Emanuela Melchiorre

pubblicato su L’Indro Mercoledì 15 Maggio 2013

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I tassi di disoccupazione nel nostro Paese sono molto elevati, quella giovanile in particolare è di gran lunga superiore al livello europeo, i meccanismi di formazione al lavoro sono inefficienti, il mercato del lavoro in Italia è complessivamente immobilizzato. È quanto emerge dal recente rapporto della Conferenza Episcopale Italiana sul mercato del lavoro, presentato il 13 maggio scorso, che pone l’accento sull’emergenza occupazionale in Italia. Tuttavia la novità del rapporto sta nella previsione futura, ossia la CEI sostiene che la situazione occupazionale italiana non cambierà radicalmente nel prossimo decennio. Potremo assistere quindi a cambiamenti e a miglioramenti radicali della situazione non prima del 2020. Una dead line tanto lontana nel tempo fa riflettere e mette in allarme.

Partiamo dalle riflessioni. L’Italia è il Paese della piccola e media impresa, il grande patrimonio di ricchezza economica del Paese risiede nella capacità creativa e di ideazione dei suoi imprenditori. La struttura produttiva rimane snella nella sua ridotta dimensione aziendale e necessiterebbe, oltre che di un alleggerimento del carico fiscale e di un accesso al credito più facile e vantaggioso, anche di risposte burocratiche e giuridiche altrettanto snelle, specie nell’attuale contesto di forte crisi economica.

Allo stesso tempo, l’esigenza di recuperare ampi settori della economia informale e le difficoltà per i giovani di entrare nel mercato del lavoro hanno imposto nel tempo un rinnovato sforzo progettuale per ricondurre nell’ambito di una linea di politica del diritto unitaria ed organica una produzione normativa divenuta a cavallo degli anni Settanta e Ottanta apertamente schizofrenica e di certo non rispondente a un disegno uniforme. Le dense modifiche introdotte al quadro normativo sono state adottate con l’obiettivo di aumentare i tassi di occupazione emersa, di affrontare le inefficienze del mercato del lavoro, di favorire la produttività del lavoro. Tutti questi obiettivi sono stati perseguiti anche attraverso la sperimentazione di nuove formulazioni contrattualistiche ritenute maggiormente adeguate alle esigenze di maggiore efficienza e competitività delle imprese.

Da qui la proliferazione delle cosiddette riforme del mercato del lavoro, che invece di unificare e uniformare hanno gradualmente modificato il panorama contrattualistico, introducendo innovazioni contrattuali prima sconosciute nel nostro paese all’insegna della cosiddetta “liberalizzazione”. Cosicché parole come “deregolazione, riregolazione e decentramento” sono entrate nell’uso comune.

La sovrapposizione di questa iperproduzione regolamentativa ha posto non pochi problemi non solo da un punto di vista meramente sociale e di convivenza, quanto di vera e propria gestione delle controversie, senza che però si risolvesse in problema occupazionale italiano. Ne parliamo con il Fabio Rusconi, Presidente Nazionale di AGI Avvocati Giuslavoristi Italiani.

Presidente, la critica fondamentale che è stata rivolta alla riforma è di essere pro-ciclica. Pertanto, per come è stata ideata, secondo gli opinionisti tende ad acuire le criticità già insite nel mercato del lavoro. In particolare, la riforma Fornero ha aumentato l’intervallo tra un rinnovo contrattuale e l’altro:  per i contratti fino a sei mesi è di due mesi e per quelli con scadenze più lunghe è di tre mesi. Prima delle riforma il precario doveva aspettare solo tra dieci e venti giorni prima del rinnovo. Crede che una delle prime misure che dovrebbe essere  introdotta dal Governo Letta sia un accorciamento di tale intervallo obbligatorio?

La composizione “bipartisan” dell’AGI ha da sempre comportato che l’Associazione si astiene dall’esprimere giudizi che possano avere valenza o ricaduta politica, ritenendo che le scelte di politiche che suggeriscono determinati interventi normativi rientrino nella discrezionalità del Parlamento e del Governo, che ne rispondono davanti all’elettorato con i normali modi della democrazia. Quel che AGI può esprimere è un parere strettamente tecnico, soprattutto dettato dalla “verifica sul campo” che la professione legale consente di fare, circa il corretto funzionamento delle norme astratte e delle riforme.

Per darle un’idea: come saprà, la riforma c.d. “Collegato Lavoro” (L. 183/2010) fu accompagnata da grande aspettativa circa (tra l’altro) il miglior funzionamento della giustizia del lavoro, in ragione della previsione di complesse procedure conciliative ed arbitrali che avrebbero dovuto sgravare la giustizia togata dall’eccessivo carico di lavoro che oggi la affligge. Ebbene, non esito a rilevare che tali riforme, tecnicamente errate e mal congegnate, hanno totalmente fallito nella pratica. Le conciliazioni che si volevano favorire attraverso le complesse (troppo complesse !) procedure create non hanno avuto sostanziale seguito; le procedure arbitrali, pure fortemente sostenute e dettagliatamente disciplinate, non hanno avuto alcuna applicazione effettiva. Attenzione dunque a annettere eccessiva aspettativa su riforme tecnicamente mal costruite e capaci solo di aggravare, in concreto, la già difficilissima situazione della Giustizia del lavoro.

Quanto alla sua domanda, in linea con la premessa che ho fatto, mi limito a rispondere come segue. La scelta dell’intervallo tra i contratti a tempo determinato non ha una implicazione tecnica particolare. E’ la politica che deve decidere, scommettendo sull’efficacia dell’opzione adottata, se intende stimolare ulteriormente, liberalizzando l’elasticità della previsione normativa, la sequenza di contratti a tempo determinato o scoraggiarla. Evidente che la scelta ha davanti dati che possono esser letti in doppio modo: tempo determinato è (assai parzialmente) ragione di flessibilità per le imprese e di precariato per i lavoratori. AGI vuole segnalare due elementi di riflessione, spesso trascurati: che il contratto a tempo determinato non sconta ovviamente i limiti che investono il recesso nel contratto a tempo indeterminato (la necessità che questo sia fondato su un giustificato motivo), ma ha una sua rigidezza interna assai maggiore, nel senso che, entro la durata del rapporto convenuto, non può essere risolto se non per fatti gravissimi. Esso rappresenta dunque una flessibilità più apparente che reale. Inoltre, il secondo elemento di riflessione, comune anche ad altre ipotesi di riforma, investe l’opportunità che il legislatore intervenga continuamente a modificare gli istituti legali: questo comporta sempre strascichi giudiziari, divergenze interpretative, che aggravano il processo e rendono più complessa la gestione del rapporto concreto.

Identificare il contratto a tempo determinato come una delle soluzioni capaci di mutare i dati sconfortanti del mercato del lavoro di oggi è probabilmente errato. La “flessibilità” del contratto a tempo determinato, già limitata per quanto ho appena detto, comporta poi una grande e naturale propensione alla litigiosità tra le parti. Il precario che si vede negare il rinnovo del contratto cercherà di impugnarlo. Ed infatti la giustizia è fortemente gravata di liti sulla legittimità o meno di contratti a tempo determinato, che significano aggravio per la collettività, carico per i giudici, tempi di giustizia che si allungano su tutte le controversie, costi per le imprese. La politica dovrebbe valutare attentamente costi e benefici degli interventi normativi e essere molto cauta nel “riformare le riforme” varate da poco, salvo che si siano davvero rivelate errate o  fallimentari.

Il datore di lavoro può rinnovare il contratto a tempo senza motivazioni specifiche soltanto la prima volta; poi deve giustificare il fatto che scelga una seconda o terza volta un contratto a tempo invece di assumere il lavoratore. Questa norma in apparenza ha l’intento di stabilizzare i contratti nel tempo, ma in realtà pone il datore di lavoro di fronte all’alternativa più vantaggiosa di assumere temporaneamente un altro lavoratore e ricominciare da capo l’iter dei contratti a termine. Come dovrebbe essere modificata la riforma Fornero sotto questo aspetto per ovviare a questo problema?

La Sua domanda impone a chiunque voglia affrontare la scelta di confrontarsi con la cornice europea nella quale si colloca la disciplina interna sul tempo determinato. La disciplina europea certamente non consente di sterilizzare la causale del secondo e dei successivi contratti a tempo determinato. Quindi è vero quel che Lei stessa sottolinea: la nuova norma della Legge Fornero, che liberalizza la stipula del primo contratto a tempo determinato, sollevando il datore dalla necessità di indicarne una specifica causale, può spingere l’impresa a cambiare continuamente i lavoratori con cui stipulare sempre e solo un “primo” contratto a termine. Lascio alla politica la ponderazione delle conseguenze, sia in termini sociali che di qualità del lavoro e del prodotto, di una simile scelta.

Se dovesse suggerire al Governo una riforma adeguata all’attuale situazione della Giustizia italiana, cosa proporrebbe?

Tra le riforme necessarie, assai più che solo opportune, ed urgenti, deve trovar posto nell’agenda della politica quella dei mali del processo del lavoro. Vorrei esser chiaro su un dato di partenza: il processo del lavoro, in Italia, è disciplinato da una legge di riforma ottima ed efficacissima che fu varata nel 1973 (L. 533/73): si dotò il processo del lavoro di strutture e mezzi, nonché di uno strumento processuale snello, efficacissimo, che funzionò per molti anni alla perfezione, consentendo alla giustizia del lavoro – nei delicati anni ’70 e ’80 – di svolgere appieno ed encomiabilmente la funzione di risolvere civilmente i conflitti impedendo che trasmodassero in conflitto sociale.

Ma il postulato per il funzionamento del processo stava (e sta) nella possibilità ragionevole per il giudice di conoscere e trattare in tempi adeguati la controversia. Cosa che negli anni è diventato sempre meno possibile per la moltiplicazione esponenziale dei carichi di lavoro del magistrato, sommati a mille altre disfunzioni, sia amministrative che interne al sistema giudiziario generale.

Sul processo del lavoro, a risorse sempre più risicate e carenti, sono state scaricate, senza alcuna ponderazione né intervento sulle strutture giudiziarie, masse enormi di contenzioso derivanti da insipienze gestionali di grandi imprese o da farraginosità della normativa sostanziale (le cause sugli straordinari dei dipendenti delle FS, le cause sui contratti a tempo determinato nelle Poste: vere alluvioni giudiziarie); poi interi settori di controversie (il pubblico impiego); masse enormi di contenzioso previdenziale, spesso derivante da interventi normativi tecnicamente carenti o da posizioni di principio degli Enti previdenziali.

La situazione è quella di una giustizia del lavoro che dai 2-6 mesi di durata di una causa in primo grado, secondo il modello del processo che funzionava  nei primi anni, arriva oggi a 2-4 anni. Con divari enormi ed assurdi (se la giustizia fosse uguale ed unica per tutti) tra città: a Milano i tempi si sono allungati di poco, in altre sedi superano le peggiori statistiche. Vi sono sedi importanti che non hanno nemmeno un magistrato specializzato o che aspettano mesi e a volte un anno la sostituzione di un magistrato trasferito ad altro incarico o in maternità. Questi dati, per cui l’Italia è classificata in posizione terribilmente bassa tra i paesi del mondo in punto di funzionamento della giustizia, sono molto importanti, anche per gestire la crisi e mirare alla ripresa.

La riforma del lavoro del Ministro Fornero ha una qualche responsabilità al riguardo?

Si, la riforma Fornero ha una responsabilità al riguardo, che peraltro credo non possa essere ascritta al Ministro che dà il nome alla legge ma faccia capo al Ministero della Giustizia: l’aver inopinatamente e avventurosamente introdotto un rito velleitario, lacunoso, assurdo, tecnicamente errato, per la trattazione delle cause sui licenziamenti nell’area di applicazione dell’art. 18 dello Statuto, contemporaneamente riformato.

A fronte di una norma sostanziale (l’art. 18  appunto) resa assai più complessa e articolata – che quindi scarica sul processo molti più problemi da risolvere, a prescindere dalla sua bontà politica o meno – il legislatore della L. 92/2012 ha pensato di creare un processo veloce che in realtà affida la ipotetica velocità soprattutto e realisticamente ad una raccomandazione rivolta ai giudici di trattarlo in giorni appositi della settimana (cosa risibile, che evidentemente poteva esser fatta a prescindere da tutto il nuovo rito e che urta comunque con la ristrettezza dell’agenda dei giudici). Ma, per contro, raddoppia le fasi processuali davanti al Tribunale, moltiplicando per due il lavoro normale del giudice. Il tutto condito con una serie infinita di problemi tecnici che stanno rendendo il processo del lavoro in materia, già sofferente, un vero calvario. Per di più, la “corsia preferenziale” riservata al processo Fornero aggrava assai i tempi delle cause “altre”: il Giudice, già sommerso da un carico esorbitante, se deve privilegiare la trattazione delle cause sui licenziamenti è costretto a ritardare le altre (salvo che il legislatore pensasse che i giudici fossero fannulloni e che bastasse dir loro di lavorare di più).

Certo, poi occorrerebbero seri interventi strutturali ed investimenti adeguati ad un servizio essenziale, troppo a lungo abbandonato a sé stesso. Occorrerebbe smettere di far cadere sulla giustizia un diluvio di riforme che moltiplicano l’incertezza, le cause, i costi, i rischi per tutti.

Ma intervenire a correggere le storture della giustizia, già oggi ed a costo zero, almeno con i primi interventi qui suggeriti, farebbe già una bella differenza. Più di molte altre riforme, magari di maggior impatto mediatico e propagandistico, ma che spesso, nella pratica, si rivelano inefficaci, anche perché sono «toppe cucite su un vestito liso e pieno di strappi». Ricordiamo. I padri dicevano che la giustizia serve “ne cives ad arma ruant” – perché i cittadini evitino di risolvere le loro controversie in altro modo, meno civile. E’ il momento di pensarci. Sul serio e con grande attenzione.

 

LA CONFUSIONE UNA TASSA OCCULTA 21 maggio 2013

Pubblicato su www.lafinanzasulweb.it il 21 maggio 2013

In questi giorni si riscontra una generale confusione sul tema delle tasse. Con i recenti interventi del governo non è ancora chiaro se l’IMU sarà abolita o se è solo rinviata. Non è finora certo se gli immobili di pregio dovranno comunque essere tassati e non è addirittura chiaro cosa si intenda per immobile di pregio.

l decreto di venerdì scorso condiziona l’abolizione dell’IMU alla generale ridefinizione entro agosto della tassazione sulla casa. Se ciò non dovesse avvenire, quello che non è stato pagato oggi dovrà essere comunque pagato a settembre. A questa incertezza si aggiunge quella dell’aliquota che grava sulle seconde case. È un bel groviglio.

Mentre il governo rinviava la decisione finalmente intrapresa,  100 mila persone hanno pagato la prima rata dell’IMU nel  730. Il nuovo scenario comporta per costoro l’onere di richiedere la restituzione di quanto pagato e di presentare, quindi, una nuova dichiarazione in sostituzione della precedente con tutti gli inconvenienti che questa procedura comporta.

Si pone ora la questione dell’ IVA, la cui aliquota a luglio salirà dal 21 al 22%, comportando inevitabili effetti recessivi: una ulteriore contrazione della domanda (175 euro di tasse in più a famiglia secondo Confcommercio) e la chiusura di migliaia di esercizi commerciali. Nonostante le promesse elettorali si discute se tale provvedimento possa essere scongiurato. Anche nel caso di risposta affermativa il discorso della “coperta troppo corta”sottintende che saranno introdotte imposte compensative.

A tal riguardo non fa dormire sonni tranquilli lo spettro della TARES. La Tariffa Rifiuti e Servizi , la tassa di scopo sui costi di raccolta e smaltimento rifiuti e altri servizi comunali, calcolata in base alla metratura delle abitazioni e al numero dei componenti, che a dicembre sostituirà la Tarsu e la Tia, comporterà infatti un aumento medio di 0,30 euro al metro quadrato.

Alle tasse e all’aumento delle loro tariffe quindi, che incidono pesantemente sul manage quotidiano delle famiglie e sulla gestione delle imprese, aumenta la tassa occulta legata alla confusione fiscale, che determina nel nostro paese un grado di incertezza superiore a quello di tutti gli altri paesi civili e una maggiore difficoltà ad uscire dalla crisi.

In questa situazione le famiglie, le persone, gli imprenditori frenano i loro programmi per il futuro e sospendono sia gli investimenti sia i consumi. Lo stallo della produzione non può che aumentare.

Senza voler pensare che la confusione sia premeditata e che la sostituzione di nuove tasse alle precedenti, con le complicazioni delle norme attuative  e le difficoltà di effettuare i confronti fra il prima e il dopo non abbiano lo scopo di creare margini più ampi di interpretazione delle imposizioni di legge tali da permettere al governo di dichiarare di aver abbassato le tasse mentre in realtà la pressione fiscale sarà di nuovo aumentata.

Finché non cesseranno i tatticismi, le moine, le farse….. continua a leggere

 

L’Imu, scelta economica o ideologica? 19 maggio 2013

Pubblicato su L’Indro 9 maggio 2013

Politiche espansive da 6 miliardi di Euro

All’ordine del giorno in Consiglio dei Ministri, oggi pomeriggio, possibile sospensione dell’Imu

Enrico-LettaL’imposizione sulla prima casa, bene primario delle famiglie italiane, più che l’opinione pubblica, divide le forze politiche. In questo momento di acuta crisi economica e finanziaria è infatti un imperativo alleggerire il carico fiscale, allargare la disponibilità di reddito delle famiglie e, in definitiva, favorire la domanda aggregata. Semplice considerazione, larghissimamente condivisa da ogni cittadino alle prese con lo stipendio e con la pensione sempre più leggeri.

Tuttavia, la questione dell’imposta sugli immobili, l’IMU, è un gran ginepraio, dal quale è difficile uscire. Come tutte le tasse e le imposte le motivazioni della loro introduzione, di una loro modificazione o, infine, della loro abolizione, non sono quasi mai realmente di origine economica. Non si parte da una analisi costi/benefici per poter valutare l’incidenza sulla qualità della vita delle persone. Il più delle volte l’origine di ogni scelta in materia fiscale ricade più prettamente nella sfera ideologica e puramente politica, per ripiombare solo successivamente in quella economica.

L’IMU rappresenta per taluni l’imposizione sui ricchi, che detengono i grandi patrimoni, e in quanto tali chiamati a contribuire in misura maggiore alla gestione del bene comune. Per altri, l’IMU è una imposizione su di un bene faticosamente costruito o acquistato al prezzo di grandi sacrifici e con l’intento di tutelare la propria famiglia, i figli e i nipoti che verranno.

La sua introduzione, ad opera del governo Monti, ha rappresentato una risposta in piena contrapposizione alla precedente politica espansiva del governo Berlusconi, che vedeva nella eliminazione dell’ICI e nella maggiore disponibilità di reddito per le famiglie un vantaggio in tempi di crisi. La sua eliminazione pone oggi molti contrasti prettamente ideologici, mentre la risposta della teoria economica ad un simile interrogativo è già arrivata da tempo e ha dimostrato la conseguenzialità: minore pressione fiscale, più reddito disponibile, più spesa privata, maggiore produzione, più occupazione, maggiore entrate fiscali.

Ciononostante, Bankitalia, il tempio dell’analisi economica, si è espressa a favore di una sua conservazione, non fondandola su basi teoriche, ma su ragioni di opportunità politica, di ottemperanza alle decisioni dell’Europa. Alla sua dichiarazione si è aggiunto il giudizio dell’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che ha sentenziato che l’Italia non può ancora permettersi una riduzione delle tasse, poiché l’economia non sta crescendo a sufficienza da compensare le mancate entrate tributarie, capovolgendo impropriamente la conseguenzialità sopra descritta. L’affermazione dell’OCSE, come quella di Bankitalia, sembra rispondere più a esigenze politiche che realmente economiche, se non altro per la sua tempestività, giunta a suggello del tour europeo di Letta junior.

Se si giungesse realmente ad una volontà politica di eliminazione, sospensione o ridimensionamento dell’imposta, occorrerebbe, calcoli alla mano, indicare dove trovare il denaro necessario. È indubbio che, se per eliminare un’imposta, se ne introducesse un’altra con un nome differente o si aumentassero quelle già esistenti, l’effetto economico espansivo verrebbe del tutto frustrato, insieme alle aspettative dell’opinione pubblica.

Il governo Letta sta predisponendo un decreto, che dovrà entrare in vigore entro tempi brevi per sospendere la rata dell’IMU scadente a giugno e per rifinanziare la cassa integrazione guadagni. Tali misure, considerate prioritarie, saranno all’ordine del giorno dell’odierna riunione del Consiglio dei ministri. Un successivo decreto dovrebbe scongiurare l’eredità del governo Monti dell’aumento dell’IVA al 22% entro giugno, ossia entro i prossimi 52 giorni. La combinazione di queste misure fiscali urgenti richiederanno una copertura di 6 miliardi di euro.

Per finanziare queste politiche espansive il governo Letta ha pensato di ricorrere alla spending rewiew, alla vendita del patrimonio pubblico e al taglio di agevolazioni alle imprese.

Per quanto riguarda le agevolazioni alle imprese, l’idea di ridurre le sovvenzioni a quelle pubbliche o a partecipazione pubblica per assoggettarle maggiormente alle logiche di mercato può essere positiva dal punto di vista dello stimolo alla ricerca della maggiore efficienza in termini di riduzione dei costi e dell’aumento delle economie di scala. Tuttavia qualsiasi scelta imprenditoriale in termini di maggiori investimenti per perseguire il principio della maggiore efficienza, soprattutto per le imprese pubbliche, ma anche per quelle private, richiede tempi medio/lunghi. Questo significa che affamare oggi la bestia energivora per avere effetti positivi nel medio lungo termine risolve l’esigenza della crescita economica solo in prospettiva.

Un capitolo a parte è quello della dismissione del patrimonio pubblico, nella fattispecie con il ricorso alla fondazione di società di gestione del risparmio (SGR) . Una stima del patrimonio  pubblico italiano è stata fatta recentemente dal Fondo Monetario Internazionale considerando non solo gli immobili, ma tutta una serie di proprietà reali, che vanno dalle infrastrutture alle risorse naturali.  L’Italia, secondo il FMI, ha ancora un patrimonio pubblico non finanziario pari all’80% del suo PIL, di cui un terzo è di proprietà degli enti locali, pari a rispettivamente 1.120 miliardi e 420 miliardi di euro.

È pur vero che non tutto però sarebbe alienabile. Inalienabili sono infatti gli edifici storici, le risorse naturali, le infrastrutture, i siti militari. Usando la Società di Gestione del Risparmio, si potrebbero però immettere sul mercato non solo gli immobili, ma anche i diritti di sfruttamento degli assets non vendibili. Il loro censimento sarebbe propedeutico e indispensabile alla vendita dei Beni dello Stato. Tuttavia, la vendita dei gioielli di famiglia è la scelta ultima di ogni nobile decaduto, prima della definitiva bancarotta. Con lo stesso stato d’animo si procederebbe alla soluzione finale della vendita del patrimonio pubblico. Già in passato sono state eseguite privatizzazioni e dismissioni. Spesso il valore di realizzo di simile svendite non è stato soddisfacente, se non per gli “amici” acquirenti, che acquistavano a prezzo di saldo. Al contrario con questo metodo non si è mai intaccato il valore del debito pubblico che, anche in quelle circostanze, è andato sempre crescendo.

Una via perseguibile potrebbe essere, invece quella tracciata da un noto economista, Vittorangelo Orati. Lo Stato senza procedere alla dismissione del suo patrimonio potrebbe emettere, tramite una sua Agenzia, titoli garantiti da determinati Beni Pubblici, evitando la perdita definitiva della proprietà del patrimonio appartenente al popolo italiano. Allo stesso tempo, con tali “cambiali ipotecarie”, che non verrebbero conteggiate  nel debito pubblico, potrebbe finanziare una politica di crescita industriale, senza procedere ad alcun aumento dell’imposizione fiscale.

 

LA MAGGIORE LIQUIDITÀ NON GENERA INFLAZIONE: IL GIAPPONE INSEGNA 13 aprile 2013

La Banca Centrale del Giappone ha dichiarato di voler procedere ad un allentamento monetario sia quantitativo sia qualitativo della propria base monetaria. In particolare, aumenteranno gli interventi sui titoli di Stato del Paese fino all’astronomica cifra di circa 530 miliardi dollari (50.000 miliardi di yen). L’operazione riguarderà titoli di stato di tutte le scadenze presenti sul mercato. Saranno incrementati anche gli acquisti di exchange-traded funds (ETF) e di fondi comuni di investimento immobiliare. Dopo l’annuncio, dato a borse aperte, il Nikkei, che era rimasto per tutta la giornata in territorio negativo di circa 2 punti percentuali, ha terminato la giornata con un +2,2%.

La base monetaria del Giappone continuerà a crescere di 60-70 mila miliardi di yen l’anno (645-755 miliardi di dollari). Questa enorme immissione di liquidità avrà inesorabilmente riflessi sul mercato delle valute, dove lo yen ha velocemente perso l’1,5% sul dollaro, scendendo a quota 94,17, mentre rispetto all’euro è passato a 120,93, il minimo dall’inizio della settimana. Ma il calo è stato generalizzato anche rispetto alla sterlina, al franco svizzero e al dollaro australiano. Una flessione che giova notevolmente all’industria giapponese, che negli ultimi mesi versava in difficoltà sul versante delle esportazioni.

Questa notizia è interessante su un duplice fronte. Da un lato rappresenta uno stimolante esperimento di politica monetaria che ha il dichiarato obbiettivo di far uscire il Giappone dalla famigerata Trappola della liquidità, ossia da quella zona grigia teorizzata da Keynes, nella quale il Paese nipponico versa già da decenni, caratterizzata da bassi livelli di interesse, e da stagnazione economica. Dall’altro lato tale esperimento politico confermerà le nuove teorie di politica economica che mettono in seria discussione l’assunto che l’aumento della base monetaria generi inflazione o addirittura iperinflazione.

Analoghe scelte di politica monetarie sono state prese e da diversi anni dalla Federal Reserve, negli Stati Uniti. La Federal Reserve recentemente ha pubblicato una lettera economica nella quale affronta l’argomento della correlazione tra base monetaria e inflazione e giunge alla conclusioni diametralmente opposte rispetto alle tradizionali posizioni della teoria economica. L’evidenza economica smentisce infatti l’assunto del perfetto rapporto di causalità tra aumento di moneta e inflazione.

La Federal Reserve ha evidenziato come l’aver  triplicato la base monetaria dal 2008 non abbia generato maggiore inflazione. Con tassi di interesse a livelli storicamente bassi e l’economia ancora in difficoltà, il normale processo del moltiplicatore monetario è in panne e le pressioni inflazionistiche restano modeste.

Il presidente e amministratore delegato della Federal Reserve Bank di San Francisco il 2 luglio 2012 ha esposto il seguente grafico che mette in relazione la base monetaria e il tasso di inflazione e ne stima l’andamento su base decennale.

Come spiegare quindi da un punto di vista teorico l’evidenza dei fatti?

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ABOLIZIONE DI FATTO DEL LIMITE DEL QUINTO PIGNORABILE

vecchio disperatoUn orientamento molto vessatorio della giurisprudenza consente da tempo la possibilità a favore del fisco di pignorare tutto il denaro depositato dal contribuente presso un conto corrente, compresi gli stipendi e le pensioni, perché questi, una volta depositati in banca, diventano un unicum con il patrimonio del debitore.

Questo orientamento ha sempre suscitato alcune riserve di costituzionalità in quanto contrastante con i limiti all’obbligo del cittadino di concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva (art. 53 C.), che per definizione non può essere né uguale, né superiore all’intero reddito, né tantomeno all’intero patrimonio.

Fino a qualche tempo fa il lavoratore e il pensionato godevano di una garanzia alla loro sopravvivenza in relazione al limite del quinto applicabile alla pignorabilità dello stipendio e della pensione, che potevano essere corrisposti e detenuti sotto il mattone piuttosto che sul conto.

Oggi col nuovo obbligo di apertura del conto per chiunque abbia introiti pari o superiori ai 1000 euro, introdotto con il Decreto Salva Italia (mai nomignolo tanto poco appropriato per un decreto!), il creditore aggirerà agevolmente il problema del limite del quinto al pignoramento della pensione o dello stipendio, notificando l’atto di pignoramento direttamente alla banca anziché all’Inps o al datore di lavoro. Di fatto quindi con l’obbligatorietà del versamento sul conto corrente è stato abolito quel presidio di garanzia del cittadino rappresentato dalla non pignorabilità del totale dello stipendio o della pensione che aveva il sacrosanto obbiettivo di non ledere l’individuo nella sua dignità.

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Di chi è l’oro della Banca d’Italia? (e chi vuole metterci le mani) 21 febbraio 2013

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